lunedì 25 luglio 2016

Bitto ribelle: grandi estimatori

Tanti nemici, tanto onore dicevano gli antichi. Sì, ma se hai solo nemici non sopravvivi. Il bitto (ex) storico (sempre) ribelle è arrivato si ad oggi perché ha grandi amici, alcuni si sono esposti pubblicamente con dichiarazioni fulminanti. 
Tra queste dichiarazioni restano indimenticabili quelle di due personaggi che ci sono più: Luigi Veronelli e Francesco Arrigoni. Di bruciante attualità, invece, le dure e inequivocabili parole di Paolo Marchi del 2009: 

rischiano di non potere più chiamare Bitto il vero Bitto. Sarebbe come se esistesse solo il Balsamico e quello Tradizionale dovesse cercarsi un altro nome per non dare fastidio al caramello della grande industria. Vi immaginate potere chiamare auto la Duna e non la Ferrari? 

Il rischio oggi è divenuto concreta realtà. Nel frattemp0. sono passati sette anni, coloro che oggi fingono di voler salvare il bitto storico non hanno fatto nulla per aiutarlo, spesso molto hanno lavorato attivamente per distruggerlo.


Edoardo Raspelli: ‘Mi piacerebbe che si tornasse al Bitto originale, quello prodotto con più fatica, ma dal sapore inconfondibile’. (Melaverde TV su Rete 4, riferito da la Provincia di Sondrio, 12.09.2004) 

Luigi Veronelli: ‘Il Bitto, formaggio delle omonime valli, è prodotto da giugno a settembre, nei calècc, subito dopo la mungitura delle vacche di razza bruna alpina e delle rare ma indispensabili capre orobiche o della Val Gerola, con gli attrezzi d' antan: caldera in rame, spino e lira in legno. Questo e non altri il Bitto «delle Valli del Bitto*»’(Corsera 14.10.2004) 

Paolo Marchi: […]il Bitto, un capolavoro assoluto. È prodotto in numero ridicolo, alcune migliaia di forma all’anno, da latte di vacca e latte di capra orobica (è d’obbligo ma non può superare il 20%), formaggio a latte crudo, frutto del pascolo turnato (le bestie non brucano nello stesso fazzoletto) e del rifiuto di enzimi e mangimi esterni. Solo la natura, in feroce polemica e sacrosanta contrapposizione con il disciplinare della Dop, voluto e difeso da un consorzio che certifica un prodotto tra il mediocre e il dignitoso a patto di gustarlo poco stagionato. (Il Giornale 24.07. 2009) 

Francesco Arrigoni. ‘In passato il Bitto si produceva solo nelle valli del fiume e in alcuni alpeggi vicini. Nel 1996 c' è stato un colpo di mano ed è nata la Dop Bitto (Denominazione di origine protetta dell' Unione europea) che ha autorizzato la produzione in tutta la provincia di Sondrio e in alcuni alpeggi della bergamasca. Gli amatori sappiano però che il Bitto migliore è quello marchiato «Valli del Bitto*»’ (Corsera 5.10.2003)

Licia Granello ‘i produttori del bitto tradizionale e quelli del Castelmagno d’alpeggio ancora combattono battaglie solitarie contro le nefandezze dell’agroindustria, poco o niente supportati dalle istituzioni (con la solita eccezione di Slow Food). Risultato: insieme a mucche e capre a bassa resa quantitativa – ma altissima qualitativa! – di latte, rischiamo di far scomparire gli straordinari formaggi prodotti a un passo da Francia, Svizzera, Austria, Slovenia’.(La Repubblica 13.09.2009)

Paolo Marchi:’ Il problema è che se tutte le novità dovessero divenire esecutive, i produttori di Bitto Storico, l’unico per il quale sono giustifica te pazzie, poche centinaia di forme che nascono negli alpeggi in quota delle Valli del Bitto, spaccature laterali rispetto alla Valtellina, rischiano di non potere più chiamare Bitto il vero Bitto. Sarebbe come se esistesse solo il Balsamico e quello Tradizionale dovesse cercarsi un altro nome per non dare fastidio al caramello della grande industria. Vi immaginate potere chiamare auto la Duna e non la Ferrari? No? Invece sarebbe così’. (Newsletter 252 del 19.02.2009 Identità Golose)

Paolo Marchi: "Il Bitto autentico è rimasto vittima della sua bontà e dell'avidità dell'uomo. Tanto si è fatto a livello politico locale che un brutto giorno tutta la provincia di Sondrio è diventata luogo di produzione del Bitto, una bestemmia come se la zona vocata per il Culatello di Zibello venisse estesa a Mantova, Piacenza e Cremona con la scusa che tanto è sempre terra padana". Il Giornale 12.11.2009 

Francesco Arrigoni: ‘Patto per il Bitto autentico, firmano sedici produttori. [titolo]E' stato un evento storico. Una specie di giuramento di Pontida del formaggio quello fatto ieri ad Albaredo per San Marco, uno dei paesi sopra Morbegno (Sondrio) attraversati dal fiume Bitto. Un patto sottoscritto dai casari delle Valli del Bitto, cioè da quei sedici alpeggiatori che caricano le malghe della zona storica del Bitto, il più famoso e longevo formaggio delle Alpi. L' Associazione Valli del Bitto* è nata in risposta al disciplinare del Bitto a Denominazione di Origine Protetta del 1996, che di fatto ha consentito la produzione del Bitto in tutto il resto della Valtellina’.Corriere della Sera, 22.11.2003

* Nota - "Valli del Bitto" è il marchio ustilizzato - dopo un contezioso durato anni e un accordo con le istituzioni locali dal 2003 al 2006. L'utilizzo benne negato nel 2006 da una diffida ministeriale (a proposito di "accordi sul bitti...).








sabato 23 luglio 2016

Ribelli del bitto all'opera nel loro habitat


Siamo ormai in piena stagione d'alpeggio. Che senso avrebbe la battaglia dei ribelli del bitto  (produttori dell'ex bitto storico e i coproduttori che li sostengono attivamente in vari modi) se non parlassimo dei valori, dei significati, dei contenuti della realtà che difendiamo?
Il modello dei ribelli del bitto è un modello ecosostenibile nei fatti non nelle parole. Alcuni alpeggi dove si produce il formaggio storico ribelle non sono raggiungibili se non con i quadrupedi someggiati come Cavisciöla, nella foto, caricata da Alfio Sassella, vice-presidente del Consorzio per la salvaguardia dell'(ex) bitto storico. Altri sono solo in parte raggiungibili con mezzi meccanici.
Qui a Caviscöla si fa tutto a mano, si usa energia rinnovabile vera, quella delle braccia e delle zampe dei cavalli. Eco-sostenibile è tutto ciò che è sostenibile dal punto di vista ecologico, ovvero tutto ciò che può essere portato avanti quasi indefinitamente e che non danneggia in alcun modo l’ambiente. Anzi, lo migliora! Come qui perché il pascolo è ben curato, con un rapporto equilibrato e tra crescita dell'erba e animali che la brucano e ciò massimizza la biodiversità (che comprende piante, insetti, ragni, uccelli). Dove l'animale pascola secondo un saggio criterio "restituisce" con le sue deiezioni buona parte dei principi nutritivi dell'erba brucata. E anche questo è fondamentale per mantenere un buon pascolo, bello da vedere e ricco di vita. E in grado di dare formaggio della massima qualità.

Qui a Cavisciöla si difende la biodiversità sul serio perché le vacche sono OB, vera bruna alpina, non la turbobrown  made in Usa, ottenuta incrociando la bruna europea con razze più lattifere (che ai contadini hanno fatto credere fosse la stessa cosa "migliorata"). Qui le capre sono tutte bellissime orobiche, autoctone al 100% dal pelo fluente variegato di più colori e sfumature e dalle lunga corna ritorte.  Quando scendono di corsa per i  ripidi pendii , giù dalle coste dove brucavano le essenze aromatiche, richiamate dagli abili fischi e richiami di Alfio, appaiono come una visione primordiale, con il pelo scomposto dal vento, caracollando al suono di cento campanacci in risonanza tra loro. Spettacoli che da soli giustificano la camminata (e consentono di fare foto grandiose sapendo cogliere l'attimo) . Alfio, con naturalezza, senza tante grida, sa governare da maestro le sue capre. E non è facile.

Ovviamente per chi sale a Cavisciöla ci sono tante altre cose interessanti da osservare: la mungitura, la lavorazione del latte. Se, alla sera, desiderate assistere alla lavorazione dello storico ribelle (più lunga di quella del bitto dop "facilitato") ricordate di portare la lampada frontale o almeno una torcia (perché si finisce che è buio). Se siete sportivi e avete il sacco letto potete sistemarvi, mettendovi d'accordo con Alfio,  in una baita al momento non utilizzata e passare la notte sperimentando come si dorme in alpe.

Potete arrivare a Cavisciöla sia dal Passo di San Marco che dal rifugio Madonna delle nevi di Mezzoldo. I sentieri Cai sono ben marcati. Dovete salire più in alto della Casera di Cavizzola, alla baita Piedavalle a quota 1944. Il percorso dalla Madonna delle Nevi è descritto in questo fotoracconto (VAI A VEDERE) di cinque anni fa.  Alfio Sassella e la moglie Sonia Marioli (la casara) accolgono calorosamente gli amici dei ribelli del bitto che salgono a trovarli (compatibilmente con gli orari e le mansioni da svolgere). 

Il percorso la passo di San Marco è indicato nella mappa 

Buona passeggiata

giovedì 21 luglio 2016

Varenne e lo Storico formaggio ribelle

metafore da una Valtellina fagocitata e ingessata da un modello agroindustriale, espressione del peso di ipertrofici  istituti bancari e di una ipertrofica catena di ipermercati (una Valtellina dove le espressioni di un'economia legata alla vocazione territoriale sono schiacciate)

In un post precedente (vedi comunicato 20.07.16) abbiamo paragonato lo Storico formaggio dei ribelli del bitto al più grande trotter di tutti i tempi: Varenne. . Un paragone impegnativo perché Varenne è non solo il cavallo che ha vinto più montepremi , ma l'unico cavallo nella storia dell'ippica mondiale ad avere vinto il titolo di "cavallo dell'anno" in tre differenti nazioni: Italia 2000, 2001, 2002, Francia 2001, 2002, Stati Uniti 2001. Varenne è anche l'unico trottatore ad avere vinto le corse più importanti del mondo nello stesso anno (2001). Nel 2002 ha chiuso la carriera come corridore con un tour mondiale in cui ha frantumato tutti i record delle piste 

Lo storico formaggio dei ribelli del bitto ha frantumato i record di vendita di un formaggio (eccettuate "particolarità" come il formaggio di latte d'alce). Ma ha anche conquistato il titolo di formaggio più mediatico. Sono molti più gli articoli sugli organi di informazione cartacei e online che le forme prodotte e fa parlare di sé più che formaggi prodotti in milioni di pezzi.
Ronzino, invece (sinonimo di brocco) indica un cavallo di poco pregio. Dall'antico francese (forse) roncin. Ronzinante era la cavalcatura di Don Chiscotte (rocin, in spagnolo). 



Ci vuole altro che Varenne per trainare il pesante carro dell'agroalimentare valtellinese, appesantito dalla scelta di puntare sulla quantità a scapito della qualità nell'illusione che basta l'immagine della montagna o qualche "specchietto per le allodole" per continuare a operare con profitto in un mercato dove la produzione massificata subisce una concorrenza sempre più feroce. 



La Valtellina agroalimentare, in un contesto valligiano caratterizzato dalla presenza di due istituti bancari e di una catena di ipermercati (ovviamente ad essi legata) "fuori taglia" rispetto alle ridotte dimensioni della valle, difficilmente potrà uscire dal modello agroindustriale per dare spazio a produzioni agroartigianali indipendenti. I ribelli del bitto, che si muovono su un piano completamente diverso e del tutto autonomo rispetto alle filiere (commerciali e di potere) rappresentano, oggettivamente, un fatto eversivo. Nessuno può pensare che la guerra contro di loro sia dovuta solo a 1.500 forme di formaggio o solo ad una questione di bitto, di formaggi, di alpeggi. L'establishment vuole la resa dei conti con i ribelli perché teme che il focolaio si estenda, che i tanti (operatori economici, semplici cittadini) che non hanno il coraggio di ribellarsi a un certo "sistema") siano incoraggiati a uscire dalla dipendenza (sudditanza) a certe "filiere", seguendo l'esempio dell' ex bitto storico. 



mercoledì 20 luglio 2016

Bitto storico muore per risorgere

Nell'incredibile collezione di simboli che accompagna la più che ventennale vicenda del bitto ribelle, se ne aggiunge uno nuovo: è l'araba fenice, simbolo sin dalla civiltà egizia, di morte e risurrezione (ora trasposto all'ombra dei Tre Signori)

per approfondire il tema della morte del bitto storico:





Il bitto storico non c'è più (comunicato)

Il bitto storico con la stagione d'alpeggio in corso non esiste più (fino a quando non sarà pienamente riconosciuto e legalizzato)

Comunicato stampa
Il Consorzio per la salvaguardia del bitto storico ritiene inaccettabili gli attacchi da parte della Coldiretti e annuncia che a breve saranno diramate le informazioni circa le modalità del cambiamento di nome




Dopo l'annuncio da parte di Paolo Ciapparelli - presidente dei "ribelli del bitto" - dell'imminente cambio di nome del bitto storico, cambio sollecitato dall'assessore regionale Fava onde evitare le conseguenze (anche penali) della violazione delle norme europee, si è assistito alla fiera dell'ipocrisia. Chi, per anni, ha combattuto e denigrato il bitto storico (ma lo ha anche sfruttato abilmente per assimilare ad esso il bitto massificato), oggi ha paura che la Valtellina faccia una figuraccia al Salone del Gusto di Torino (a settembre), quando sarà formalizzato che il bitto storico non esiste più. Sarà difficile spiegare perché i prosecutori della più autentica tradizione del bitto non possono poi utilizzare il nome bitto. E perché in ventidue anni, tanto dura la vicenda della “dop bitto”, la politica, invece di risolvere il problema, l'ha aggravato.
Nel coro degli amici dell'ultima ora del bitto storico, che invocano la “pace del bitto” e invitano a “restare uniti” si distingue la Coldiretti. Quest'ultima, attraverso le dichiarazioni del presidente Marsetti paventa conseguenze catastrofiche a seguito del cambio di nome del bitto storico. “Ci sono in ballo – ha dichiarato Marsetti - 60 Imprese Agricole con oltre 120 lavoratori che producono 18.000 forme per un fatturato di oltre 2milioni che corrispondono a oltre 4 milioni di valore al consumo”.  Cosa significa? Che il cambio di nome di 1500 forme di bitto di un tipo farebbe crollare il prezzo delle altre 18 mila? Ovviamente non è possibile ma la Coldiretti, come le altre organizzazioni del sistema agroalimentare (o per meglio dire agroindustriale) valtellinese teme il venir meno dell' “effetto scambio di identità”. Tutto il parlare dell'eccellenza del bitto storico “teneva su” il bitto massificato e “modernizzato”, prodotto con mangimi e fermenti industriali, senza latte di capra. Non c'era quasi nessun giornalista o blogger che in coda ad un pezzo di esaltazione dello “storico”, dei “ribelli del bitto” non allegasse la foto con l'etichetta rossa del consorzio Ctcb.
Fin qui nulla di strano. Chi ha strumentalizzato il bitto storico, usando la tattica di combatterlo alla luce del sole e di cercare di confondersi con esso dietro le quinte, si preoccupa. Quello che è inaccettabile è la diffamazione dei “ribelli del bitto” . Marsetti ha accusato senza mezzi termini i “ribelli” di "strumentalizzare   la difesa delle tradizioni, della tipicità, della storia, del territorio a fini di mero interesse e di parte".
Marsetti sa che gli oltre 100 soci della Società valli del bitto (compresi i produttori agricoli) , per sostenere il metodo storico, hanno realizzato – di tasca loro - una casera che è anche una galleria d'arte, di cultura, di umanità, che è diventata un elemento di interesse turistico, che promuove l'immagine della Valtellina attraverso i media nazionali e internazionali. Una casera per la quale la Società valli del bitto hanno douto investire di tasca – in in periodo in cui il Comune di Gertola non disponeva delle copiose entrate attuali – ben 300 mila euro , utilizzati per le spese di edificiazione di un immobile che è totalmente di proprietà del comune. Questa spericolata generosità (o comunque ingenuità) nel sostenere un comune che si pensava amioo (e che poi ha voltato le spalle per unirsi al coro dei poteri forti nemici del bitto storico) ha determinato l'accensione di linee di credito che, nel corso di un decennio, hanno gravato di interessi passivi il bilancio della Società valli del bitto. I “debiti” sono solo questi . Nelle varie interlocuzioni succedutesi negli scorsi anni la richiesta avanzata dai “ribelli” alle istituzioni era di riconoscere – nelle forme legittime e idonee – un terzo di quell'investimento iniziale. Un'inezia rispetto agli sprechi dei rappresentanti delle istituzioni e delle varie organizzazioni dell'establishment che cifre simili se le bruciano, nell'ambito di “progetti di promozione” solo per spese di rappresentza e cene tra loro.
In ogni caso i “debiti” della “valli dl bitto” (peraltro onorati ) sono derivati dall'aver voluto sostituirsi alle istituzioni, tanto era l'entusiasmo per la causa del sostegno dei produttori storici. In dieci anni la Società valli del bitto, ha agito all'opposto di una società con fini di lucro (formalmente è una spa), operando come una Fondazione riconoscendo ai produttori un “prezzo etico”, gestendo un vero e proprio museo, svolgendo attività culturali autofinanziate (o sostenute dai privati) che incidono pesantemente sui costi del personale , costi  che, qualsiasi altro soggetto non inviso ai poteri forti e alle istituzioni, avrebbe addebitato a qualche “progetto”. Nel frattempo le organizzazioni che gestisono la promozione alimentare in Valtellina hanno speso milioni di euro, spesso solo per dare lavoro agli amici con iniziative di nulla o scarsissima ricaduta.
Marsetti (ma non solo lui) chiede al bitto storico di non cambiare nome e di continuare a “fare da traino”. Sarebbe come chiedere a Varenne di trainare un pesante carro insieme a dei ronzini che – generosamente alimentati di biada – lasciano al campione l'onere di spingere. Al campione, nel frattempo, invece della biada si promette del fieno (ammuffito).
I “ribelli del bitto” sono dei “trogloditi che rifiutano la modernità” (come venivano definiti solo qualche anno fa). Ma sono abbastanza avveduti da capire che, sino a quando la politica non sarà in grado di legalizzare il bitto storico, a loro conviene cambiare – sia pure provvisoriamente – nome. Se ne facciano una ragione Marsetti e tutti gli altri.
In un prossimo comunicato verrà precisato, anche a beneficio dei consumatori, con che modalità e tempi sarà attuato il cambio del nome. In ogni caso nella stagione d'alpeggio 2016 non sarà prodotta alcuna forma di bitto storico. Il bitto storico (almeno per ora) è morto.

Gerola alta, 20 luglio 2016

LEGGI ANCHE per approfondire : http://ribellidelbitto.blogspot.it/2016/07/bitto-fa-paura-alla-casta-lo-storicoche.html

domenica 17 luglio 2016

Bandiera dei ribellidelbitto


E mi sonto un homo selvadego a chi me ofende ghe fo pagura
(cartiglio originale dell'affresco di Sacco)

Tra i vari simboli intrecciati alla vicenda "ex bitto storico", uno dei più belli è quello dell'Homo selvadego, così come raffigurato nel Museo di sé stesso a Sacco (un paese della Valgerola), museo che esiste grazie all'interessamento, a suo tempo, degli amici Robi Ronza e Giampiero Mazzoni.



Il "Selvadego", con vari nomi, è parte della mitologia alpina. E' anche la forma "depotenziata" di antiche divinità (in primis il Dagda celtico) "armate" di clave magiche e dotate di poteri sapienziali. Il Selvadego è legato all'ex bitto storico non solo perché personaggio della Valgerola ma anche perché simboleggia la conoscenza segreta delle tecniche casearie. Fu lui, nel mito alpino, a trasmettere agli uomini, l'arte di coagulare il latte. Non rivelò tutti i suoi segreti. Dopo aver insegnato a produrre il burro e il formaggio gli uomini lo offesero e non si fece più vedere. Il terzo segreto riguardava l'uso del siero o della scotta per ricavare non solo ricotta ma anche cera, olio e, in alcune versioni, anche materiali più preziosi. Oggi è stato eletto a nume tutelare da parte dei ribelli del bitto che si augurano che il nodoso randello del selvatego incuta timore ai nemici del formaggio storico. Non è detto che dopo migliaia di anni il Selvadego possa tornare... e randellare.

sabato 16 luglio 2016

Bitto. Fa paura alla casta lo "storico"che cambia nome

E' bittexit. La rabbia (e la paura) dell'establishment per l'ex Bitto storico che cambia nome. Fiera dell'ipocrisia. Ma qualcuno getta la maschera

Il Bitto storico non esiste più. L'hanno strumentalizzato, sfruttato, minacciato, denigrato. Ora la piccola leggendaria produzione degli alpeggi orobici si dota di un proprio nome commerciale, troncando con la dop che le ha scippato il nome, con i ricatti, con la confusione con un Bitto Dop che è "istituzionale” e "legale" (ma che con quello della storia non c'entra nulla).Tanto vale quindi utilizzare un nome conquistato sul campo in vent'anni di lotta. Un nome che, pur nuovo di pacca, è la storia. Lo “storico” non potrà più essere scambiato con il “nuovo bitto” dei mangimi e dei fermenti. E l' immagine di quest'ultimo non ne guadagnerà. 

Una conseguenza voluta da chi per anni ha fatto il furbo, evitando una vera soluzione per il Bitto storico e alimentando una situazione ambigua (ma dalla quale hanno tratto in diversi profitto). Proveranno a incolpare di "lesa immagine del Bitto e della Valtellina" dei piccoli produttori onesti, che hanno dovuto rinunciare al nome, un nome che utilizzavano da sempre e che gli è stato scippato da una dop basata su falsi storici.  Che sono costretti - per evitare reati penali - a chiamare il proprio prodotto con un  nome commerciale, esercitando peraltro un sacrosanto e insindacabile diritto. 

Ovviamente accuse così strampalate si ritorceranno contro chi le avanzerà. Ecco perché il Bitto storico che cambia nome sta spaventando non pochi della casta di potere in Valtellina. LA FIGURACCIA PER LA VALTELLINA AL SALONE DEL GUSTO DI TORINO SARA' DI QUELLE COSMICHE E LE RESPONSABILITA' PERSONALI EMERGERANNO. I RIBELLI DEL BITTO SONO PRONTI A FARE NOMI E COGNOMI. COMODO NASCONDERSI DIETRO IL CESPUGLIO ISTITUZIONALE E NON METTERCI LA FACCIA (se non quando fa comodo).



Era tanto comodo parlare di Bitto storico... e far vedere l'etichetta rossa

Faceva troppo comodo all'establishment agroindustriale e burocratico valtellinese un Bitto storico dal precario status giuridico, anzi, del tutto fuorilegge. Faceva comodo poter confondere le idee ai consumatori (quante volte articoli, anche di sinceri amici dello "storico", avevano "allegata" la foto con la fatidica etichetta rossa). Una promozione gratuita, immeritata, parassitaria.
Troppi  blogger, giornalisti - più o meno professionisti  - parlavano di "Bitto storico" e lo confondevano con il "Bitto legale", con il "Bitto istituzionale", con il Bitto dei mangimi e dei fermenti industriali, e senza latte di capra.
Faceva comodo mettere davanti la vera eccellenza del Bitto storico, frutto di tanti sacrifici e della strenua opposizione all'omologazione voluta dalle istituzioni locali, e poi proclamare che "c'è un unico sistema bitto", "non ci sono poi tante differenze".  Incassando le royalties di una fama internazionale costruita dal Bitto storico con l'aiuto di Slow food.
Questa frase fatidica "non c'è poi tanta differenza",  decisamente qualunquista,  l'ha pronunciata uno dei non pochi nemici del Bitto storico: Emanuele Bertolini, presidente della Camera di commercio, l'ente autore  del "falso storico" che consentì all'Unione Europea di approvare una dop tarocca. Tanto tarocca che, sino all'anno prima, la Camera di commercio assegnava il suo marchio "Bitto Valtellina" solo al formaggio prodotto nella Comunità montana di Morbegno. Poi, per miracolo, o per cecità improvvisa dei tanti che dovevano controllare, lo stesso formaggio che la Camera attestava prodursi "solo nella bassa Valtellina" venne dichiarato, di colpo, tradizionale e prodotto da almeno 25 anni in tutta la provincia di Sondrio. E allora non c'è da meravigliarsi se il Bertolini la frase fatidica "non c'è poi tanta differenza tra i due bitti" l'abbia proferita non al culmine di un contraddittorio con i ribelli, ma - a testimonianza di una vicenda che è anche surreale -  il giorno della storica "pace del bitto" (l'ennesima presa per i fondelli), celebrata il 10 novembre 2014 a Gerola alta.



"Figuriamoci se avete il coraggio di cambiare nome"

Alla Camera di commercio, alla Coldiretti, al Ctcb, all'associazione provinciale allevatori, alla Latteria sociale Valtellina, alle agenzie del potere agricolo un Bitto storico perennemente sotto scacco (dopo le sanzioni per "lesa dop" comminate nel 2009) faceva estremamente comodo. A loro e ai burocrati regionali con loro in stretta contiguità. Quando, nell'ottobre 2015, l'assessore Fava tentò una mediazione in extremis (convocando in Regione Lombardia le parti), la vestale delle dop lombarde, la Dott.ssa Parma - più realista del re nel tutelare il Consorzio ufficiale dai cattivoni  "ribelli del Bitto" -  fu l'unica a reagire all'ipotesi di cambiamento del nome del Bitto storico messa sul tappeto da Ciapparelli. Quando sentì dire da Paolo Ciapparelli che i produttori dello "storico" erano pronti a cambiare nome, trasalì e, con aria di sfida, apostrofò Ciapparelli con un: "figuriamoci se avrete il coraggio di farlo".  



 Forse gli altri presenti, che sul momento non dissero nulla, pensarono che il loro gioco era finito. Fare finta da una parte di esecrare l'inaffidabile, incontentabile, indisciplinato, anarchico Ciapparelli e, dall'altra,  benedire l'esistenza del Bitto storico che, confondendo le carte, serviva egregiamente a sostenere l'immagine di un prodotto massificato, con la qualità in declino era troppo bello. Ma il gioco è arrivato alla fine. Di qui il nervosismo che serpeggia negli uffici della gente che conta in Valtellina. Quelli che si credono i padroni dell'agroalimentare.
Mai si è vista una mobilitazione di politici, burocrati,  amministratori sul tema Bitto come in queste ultime settimane quando, prima come indiscrezione filtrata, poi con un annuncio formale, Ciapparelli ha comunicato che il cambio di nome era ormai deciso e che sarebbe stato ufficializzato a settembre 2016 al Salone del gusto di Torino.  
Chi per anni ha combattuto il Bitto storico se ne è proclamato paladino. "No, giammai, non deve cambiare nome". Sepolcri imbiancati!
In tanti si sono messi, così, a chiedere "mediazioni", del tutto improbabili dopo che la politica ha avuto vent'anni per affrontare il problema evitando accuratamente di andare al sodo: ammettere che il disciplinare della dop era da rifare. 
Questo della "difesa del Bitto storico" da parte dei suoi nemici è uno spettacolo imbarazzante che ha coinvolto anche dei parlamentari di un partito con forte peso in provincia e in regione.
L'unica posizione onesta, tra tanta ipocrisia, è venuta dall'assessore regionale Fava (nonostante sia dello stesso partito che a Sondrio si esercita nel cerchiobottismo di marca democristiana) . Fava ha ribadito che il "bitto storico è fuorilegge e passibile di denuncia per frode in commercio". Aggiungendo che Ciapparelli non solo fa bene a cambiare nome (anche dal punto di vista commerciale, oltre che legale)  ma che lo fa anche su suo caldo suggerimento e con il suo appoggio (non da privato cittadino ma da assessore regionale).


Anche senza "bitto" chi non riconosce lo storico formaggio ribelle degli alpeggi orobici?. Al bitto dop (legale e istituzionale) sono rimasti la forma e il nome. Allo storico la sostanza, la continuità. l'ammirazione delle persone oneste e che sanno riconoscere un prodotto autentico, la solidarietà della gente comune e degli operatori economici  non legati ai favori delle amministrazioni

La Coldiretti getta la maschera e accusa il Bitto storico di "speculare sulle tradizioni, sulla tipicità, sulla storia, sul territorio"

Tra le tante reazioni vale la pena segnalare quella del presidente provinciale della Coldiretti, Marsetti, perché ha il merito di gettare - almeno in parte - la maschera di ipocrisia,  lanciando senza mezzi termini  l'accusa ai "ribelli del bitto" di "strumentalizzare  la difesa delle tradizioni, della tipicità, della storia, del territorio a fini di mero interesse e di parte".
Una vera diffamazione per gli oltre 100 soci della Società valli del bitto (compresi i produttori agricoli) che, per sostenere il metodo storico, gestendo una casera che è una galleria d'arte, di cultura, di umanità, hanno investito di tasca loro (perdendo parte del capitale a causa di investimenti che avrebbero dovuto essere realizzati dal comune e che sono stati invece accollati alla Società del bitto storico, sulla carta una spa, di fatto una onlus). 
Ma non basta. Il bitto è uno solo, insiste la Coldiretti: "sia che producano BITTO DOP, in riferimento al disciplinare in capo al CTCB,  sia che producano formaggio con il metodo storico, svolgono il medesimo lavoro, in medesimi contesti territoriali quali gli alpeggi".
Ma se svolgessero il medesimo lavoro (che quindi dovrebbe sortire lo stesso prodotto)  vent'anni di conflittualità a cosa sono dovute? Ad allucinazioni? A casi psichiatrici?
Ancora una volta si vuole la botte piena e la moglie ubriaca. Non si vuole ammettere che i produttori storici e gli altri lavorano in modo diverso. Sarà uguale mungere a mano, o a macchina, usare fermenti e mangimi o non usarli? No cari signori della Coldiretti, il "contesto" non è lo stesso. Chi va a elicotterate di mangime compromette i pascoli e la qualità del formaggio. Il "contesto" è completamente diverso. Ma a voi è finora tornato comodo mettere davanti il "povero contadino" per tutelare il grosso agricoltore i cui interessi si confondono molto spesso con quelli dell'industria e della speculazione. E' un giochino che ha reso bene all'organizzazione (anche se i "contadini" , intanto, in Italia, grazie alla "tutela" della Coldiretti, sparivano).



 Si vuole essere una sola famiglia quando fa comodo (quel che è tuo è mio, quel che mio è mio, ma dobbiamo stare uniti e volerci bene). Si vuole sfruttare il "traino" (Il Bitto storico rappresenta valore aggiunto e può essere traino). Comodo signori, quando in cambio si sono offerte solo prese per i fondelli . 
Il trottatore, non un brocco, ma un Varenne, deve essere aggiogato al carro dei ronzini, ma riceve meno biada, anzi solo la promessa di un po' di fieno marcio (il Ctcb riceve per la promozione  cifre importanti, tanto che con un solo "prodotto" promozionale del Consorzio ufficiale il Centro del bitto metterebbe a posto il bilancio) . Basta. I fessi del Bitto storico dovrebbero ancora assoggettarsi ai sacrifici che comporta il metodo storico per "fare da traino". A chi?  A quelli che producono tanto? O alle macchine mangia soldi pubblici . Più la seconda. Ovviamente Marsetti non lo ammetterà neppure sotto tortura.
Con la consueta demagogia coldirettistica non rinuncia alla  sceneggiata strappalacrime: In ballo, dice, ci sono 60 Imprese Agricole con oltre 120 lavoratori che producono 18.000 forme per un fatturato di oltre 2milioni che corrispondono a oltre 4 milioni di valore al consumo. 
In ballo cosa? Chi mette a repentaglio chi? Vogliono far credere ai loro associati produttori di bitto dop che sarà il cambio di nome di 1500 forme di formaggio - indispensabile per non incorrere in reati penali - a rovinarli? Di cosa parliamo? 
Se Marsetti vuole difendere l'immagine del Bitto dop si dia da fare affinché i tanti soldoni che la Regione eroga per la promozione a favore dei vari enti vadano a buon fine invece che oliare le clientele.

I ribelli sono montanari, non hanno le malizie degli azzeccagarbugli e dei faccendieri ma non sono imbecilli

La Coldiretti non ha realizzato che i "ribelli del bitto" non hanno l'anello al naso. Hanno capito benissimo quali interessi tutela la Coldiretti (e tutto il "sistema"), non certo i loro. I loro, lo sanno da tempo, devono tutelarseli da soli.  Sarebbero masochisti se non cautelassero la propria attività legandola ad un marchio commerciale che nessuna istituzione, partito, sindacato, potentato, lobby, consorzio potranno più  ricattare o comunque condizionare. Sarebbero masochisti se non capitalizzassero in un marchio di loro proprietà il lavoro fatto con tanti sacrifici economici (e non) per salvare non tanto il "Bitto" (ormai un nome svuotato del suo fascino e del legame con la storia prestigiosa) ma quel patrimonio storico sedimentato che fa dello storico formaggio degli alpeggio delle Orobie occidentali un bene storico-culturale che nessun burocrate di Milano, di Roma o di Bruxelles, nessuna lobby possono più pensare di tenere in ostaggio con le loro "regole europee".

Se ne facciano una ragione Marsetti e i suoi simili