martedì 26 luglio 2016

Abbandoniamo il nome bitto dal 1° settembre


 

Società Valli del Bitto trading spa. 

C O M U N I C A T O    UFFICIALE

Gerola alta,  23 luglio 2016

In qualità di fondatore dell'Associazione Produttori Valli del Bitto, divenuta in seguito Consorzio di Salvaguardia del Bitto Storico, e in qualità di attuale responsabile comunico che: in data odierna 23/07/16 il Presidio Slow Food Bitto Storico cessa di esistere. Verrà sostituito con un nuovo nome garantito da un marchio che è stato depositato dalla società Valli del Bitto Spa. Tale società al momento è l'unico soggetto che garantisce la sopravvivenza economica dei produttori storici.
Avviso i consumatori che dal 1 settembre 2016, al termine della monticazione, comunicherò il nome degli alpeggi che conservano i requisiti, quali unici degni continuatori di questa storia millenaria. Il nome Bitto non verrà più usato dai produttori storici e lasciato ad esclusivo uso al CTCB che tutela la DOP. Diffido i furbi e i furbetti, i quali hanno approfittato di una battaglia di civiltà per farsi passare per noi, ad utilizzare "Bitto Storico" in accostamento al nome dell'alpeggio la cui storicità è legittimata esclusivamente dal Consorzio di Salvaguardia.
Ricordo che Bitto Storico è vietato dal regolamento della DOP, era consentito in via transitoria al Presidio Slow Food Bitto Storico che ora non esiste più. A tutela dei consumatori che sostengono questa millenaria produzione comunicherò i nomi di coloro che si sono approfittati facendosi passare per Bitto Storico.
Mi auguro che questa scelta, sofferta ma obbligata onde tutelare la sopravvivenza di questa grande tradizione, scuota le coscienze al fine che il nuovo nome sia solo un estremo rimedio provvisorio Ricordo inoltre che la volontà della maggioranza dei produttori è da sempre sovrana,come dichiarato da Piero Sardo,responsabile della Fondazione Slow Food dei Presidi che sosterrà come Presidio Slow Food il nuovo nome.
Quindi da oggi dal punto di vista morale il cambio del nome è legge, dal 1 settembre 2016 con il nuovo marchio lo sarà anche commercialmente.

Paolo Ciapparelli
Fondatore Valli del Bitto trading spa


Soc. Valli del Bitto Trading spa, Via Nazionale,31 23010 Gerola Alta (So) Tel/fax 0342635665

wvvw.formaggiobittocom  info@formaggiobittocom  CFJPIVA00815750146   Bollo CEE03/1583


lunedì 25 luglio 2016

Il grande amico dei ribelli del bitto


Il rapporto tra Piero Sardo e il Bitto ribelle (si è chiamato Bitto Valli del Bitto tra il 2003 e il 2009 e Bitto storico tra il 2010 e il 2016) data al 2005. In realtà Slow food, intuendo che dietro quel gruppo di ostinati difensori della tradizione c'erano i valori che la chiocciola stava iniziando a difendere in modo organico, si era avvicinata a Ciapparelli & C sin dal 2001. Fu Giacomo Moioli, lecchese ed allora esponente di spicco della chiocciola (vice di Petrini)  a stringere i primi contatti con i ribelli.

Il presidio nacque nel 2003 quando, dalle parti del Consorzio ufficiale e delle altre organizzazioni legate all'agroindustria casearia , si chiedeva ormai apertamente di poter produrre bitto dop con i mangimi e i fermenti in bustina. La minaccia era evidente. Era la fine del bitto autentico. Bisognava correre ai ripari. Entrò in scena Piero Sardo, personaggio autorevole di Slow food, ma anche figlio di formaggiai, e quindi uno dei pochi  dentro la chiocciola che - in mezzo a tanti esperti di comunicazione - capisse  di formaggio.   Sardo interviene in una fase drammatica per i produttori storici, quando devono decidere se uscire dal Consorzio ufficiale e dalla dop. Nascono allora i ribelli del bitto. E se sono sopravvissuti sino ad oggi, non schiacciati dall'impari rapporto di forze e di risorse tra loro e il loro nemici , si deve non solo alla loro tenacia e al loro coraggio, ma anche a Piero Sardo.

Slow Food ha costruito con i ribelli un rapporto largamente basato sul ruolo di garante di Piero Sardo. Egli, rischiando in proprio, intuì che bisognava dare credito al coriaceo condottiero degli allora sedici casari ribelli. Ha difeso Ciapparelli e i suoi in innumerevoli circostanze, anche quando all'interno di Slow food qualcuno storceva il naso preferendo Presidi più "tranquilli" (e finanziati dalle istituzioni).
Dipinti come dei talebani, inaffidabili, rissosi, volubili i ribelli e il loro capo-clan, che evocava i miti celtici,  potevano apparire ‘un po’ troppo’ anche per Slow Food. Di certo Ciapparelli non era e non è un personaggio politically correct.  Nel concedergli piena fiducia Piero Sardo ha dovuto basarsi molto sul proprio intuito, sui segnali che raccontavano di persone sincere e di una causa sacrosanta, in grado di riassumere in sé tutte le ragioni di una ribellione non solo contro il sistema distorto delle Dop ma anche contro modelli economici, politici, culturali che hanno imposto all'agricoltura, alla montagna le logiche dell'agroindustria, della standardizzazione produttiva, dei numeri e delle organizzazioni controllate dall'alto.

 Non era facile trattare con Ciapparelli, ai tempi personaggio più ostico di oggi (nel tempo alla fermezza ha saputo coniugare l'ironia). Dieci anni fa il "venditore di piastrelle" (come rimarrà sempre per i suoi nemici) di sostenitori ne aveva ancora pochi ed era costretto a tenere sempre il coltello tra i denti per non cadere nelle insidie di un avversario tanto più forte. Va dato atto a Sardo di aver saputo guardare oltre i condizionamenti culturali che avrebbero forse indotto un po’ più di diffidenza per un polemico leghista valtellinese (poi la Lega passò dai proclami pro tradizione e identità alla realpolitik  e Ciapparelli si concentrò sulla sua battaglia dimenticandosi dei partiti). 

In ogni circostanza,  in undici  anni fatti di rotture e di "tavoli", di insidie, di minacce, Sardo ha  tenuto fermo questo criterio: “quello che decidono i produttori nella loro autonomia va bene anche per Slow Food”.  Un criterio che Slow food (a volte con un po' riluttanza da parte di qualche "colonnello")  ha accettato. Grazie a questa figura di "commissario straordinario per gli affari del bitto" si è potuta stabilire una linea rossa diretta tra i produttori storici e Bra, che ha consentito decisioni rapide ed efficaci nei momenti critici.  Solo così il bitto ribelle ce l'ha fatta.

Sardo è stato sempre a fianco dei produttori ribelli e la sua presenza ha sventato non poche minacce. Tra il 2007 e il 2009 vi fu un periodo di ambigue "trattative" (come nel 2014) cui Sardo partecipò sostenendo con decisione la causa dei ribelli. Nella primavera del 2008, finita la "tregua" per il Centenario della Mostra di Morbegno, le timide aperture che avevano coinvolto un sottosegretario all'agricoltura a Roma e un direttore generale della Regione Lombardia, furono dimenticate. Si tornava a chiedere la resa senza condizioni: il rientro nel Consorzio ufficiale dei ribelli. Sardo dichiarò:

La situazione del Bitto è la più critica tra tutte quelle della Dop, prima di tutto perché la trattativa non si è mai realmente sviluppata a seguito degli incontri in Ministero. Per questo in assenza di un riconoscimento della sottodenominazione e della creazione di due disciplinari distinti, procederemo al ricorso all’Unione Europea. (La Provincia di Sondrio, 8 marzo 2008).


Intanto in regione cambiò anche l'assessore. Il nuovo, Ferrazzi, dichiarò di essere deciso a risolvere il problema del bitto e aprì un tavolo. La bozza partorita dalla burocrazia regionale  denominata “Valorizzazione della Produzione del formaggio Bitto e della zootecnia di montagna” prevedeva, di fatto, lo scioglimento dell’Associazione dei ribelli e l’adesione dei singoli soci al C.t.c.b ,da cui erano polemicamente usciti nel 2005.  Su questa base la regione era disponibile a valorizzare oltre al Bitto dop ‘generico’ anche quello del Presidio Slow Food “attraverso specifiche attività di promozione e comunicazione” ma anche “attività di ricerca e formazione”. In cambio l’Associazione (e il C.t.c.b.) si dovevano impegnare a cessare ogni contenzioso : “in particolare di natura giurisdizionale nonché sotto il profilo della comunicazione, e si impegnano sulla base comune disciplinata dalla normativa comunitaria a sviluppare anche attraverso azioni sinergiche e, in ogni caso, non contrastanti e denigratorie, l’obiettivo di valorizzare l’insieme delle Produzioni del formaggio Bitto”. Sono le stesse cose che si sentono anche oggi: una strategia di inganno che va avanti dall'inizio della guerra del bitto. La Regione , il Consorzio e tutto l'ambiente agroindustriale valtellinese temevano il minacciato esposto alla UE dei ribelli e di Slow food. Ma temevano anche la campagna (allora con mezzi più limitati di oggi) di informazione ai consumatori e ai cittadini.

Quel "tavolo" del 2008 era però più pericoloso di quanto potesse apparire perché la Regione lasciava trasparire che avrebbe sostenuto generosamente i presidi Slow food se la Chiocciola avesse mollato al suo destino Ciapparelli.  Nella primavera del 2009, di fronte alla inconcludenza del fantomatico ‘tavolo’ aperto in regione - Piero Sardo che non aveva voluto neppure sentir parlare di "patti scellerati"  a danno del bitto ribelle - in qualità di rappresentante della Fondazione Slow Food per la biodiversità, inoltrava,  insieme a Paolo Ciapparelli, inoltrava  una memoria  alla Commissione Europea in merito alla modifica del disciplinare di produzione del bitto dop. La Commissione insabbiò tutto dichiarandosi incompetente.

Nell'autunno 2009 arrivarono le famose sanzioni della "Repressione frodi" , invocate dall'assessore provinciale De Stefani . Nel 2010 Slow food concesse al neonato bitto storico l'uso del marchio della chiocciola quale "scudo". Il resto è storia recente. Ma anche tutti i difficili passaggi sostenuti dai ribelli dal 2010 ad oggi sono stati seguiti con attenzione da Sardo che, poche settimane fa, era a Gerola (foto sotto).

In tanti anni una sola volta si è creata un'incomprensione con Sardo: al Salone del gusto del 2012 quando qualcuno di Slow food pensò di accettare il dixtat della regione Lombardia che non gradiva la presenza del Bitto storico  troppo vicino allo stand istituzionale.  A Ciapparelli era stato chiesto il consenso a sloggiare da dove era previsto lo stand del Presidio ed egli per non "creare problemi" accettò. Ma la notizia trapelò e finì in grande evidenza su la Provincia di Sondrio e l'Eco di Bergamo. Sardo ne fu amareggiato perché si presentava la cosa come un tradimento da parte di Slow food.  Sardo si sentì messo in mezzo, pur non essendo stato lui a ricevere la proposta "scandalosa" della Regione. Tanto era solida e sincera l'amicizia tra Sardo e i ribelli, tra Sardo e Ciapparelli che l'episodio fu presto archiviato. 

Sardo è persona che agli ideologismi antepone una sincera umanità (da non confondere con il buonismo), che non ama la visibilità, ma che opera con un'autorevolezza che gli viene dalla coerenza e dal credere realmente nei valori proclamati. Incontrare sulla propria strada un personaggio così è stata per i ribelli una delle fortune più grandi. Grazie Piero per quello (tanto) che hai fatto e che farai per la causa del bitto buono pulito e giusto.



Bitto ribelle: grandi estimatori

Tanti nemici, tanto onore dicevano gli antichi. Sì, ma se hai solo nemici non sopravvivi. Il bitto (ex) storico (sempre) ribelle è arrivato si ad oggi perché ha grandi amici, alcuni si sono esposti pubblicamente con dichiarazioni fulminanti. 
Tra queste dichiarazioni restano indimenticabili quelle di due personaggi che ci sono più: Luigi Veronelli e Francesco Arrigoni. Di bruciante attualità, invece, le dure e inequivocabili parole di Paolo Marchi del 2009: 

rischiano di non potere più chiamare Bitto il vero Bitto. Sarebbe come se esistesse solo il Balsamico e quello Tradizionale dovesse cercarsi un altro nome per non dare fastidio al caramello della grande industria. Vi immaginate potere chiamare auto la Duna e non la Ferrari? 

Il rischio oggi è divenuto concreta realtà. Nel frattemp0. sono passati sette anni, coloro che oggi fingono di voler salvare il bitto storico non hanno fatto nulla per aiutarlo, spesso molto hanno lavorato attivamente per distruggerlo.


Edoardo Raspelli: ‘Mi piacerebbe che si tornasse al Bitto originale, quello prodotto con più fatica, ma dal sapore inconfondibile’. (Melaverde TV su Rete 4, riferito da la Provincia di Sondrio, 12.09.2004) 

Luigi Veronelli: ‘Il Bitto, formaggio delle omonime valli, è prodotto da giugno a settembre, nei calècc, subito dopo la mungitura delle vacche di razza bruna alpina e delle rare ma indispensabili capre orobiche o della Val Gerola, con gli attrezzi d' antan: caldera in rame, spino e lira in legno. Questo e non altri il Bitto «delle Valli del Bitto*»’(Corsera 14.10.2004) 

Paolo Marchi: […]il Bitto, un capolavoro assoluto. È prodotto in numero ridicolo, alcune migliaia di forma all’anno, da latte di vacca e latte di capra orobica (è d’obbligo ma non può superare il 20%), formaggio a latte crudo, frutto del pascolo turnato (le bestie non brucano nello stesso fazzoletto) e del rifiuto di enzimi e mangimi esterni. Solo la natura, in feroce polemica e sacrosanta contrapposizione con il disciplinare della Dop, voluto e difeso da un consorzio che certifica un prodotto tra il mediocre e il dignitoso a patto di gustarlo poco stagionato. (Il Giornale 24.07. 2009) 

Francesco Arrigoni. ‘In passato il Bitto si produceva solo nelle valli del fiume e in alcuni alpeggi vicini. Nel 1996 c' è stato un colpo di mano ed è nata la Dop Bitto (Denominazione di origine protetta dell' Unione europea) che ha autorizzato la produzione in tutta la provincia di Sondrio e in alcuni alpeggi della bergamasca. Gli amatori sappiano però che il Bitto migliore è quello marchiato «Valli del Bitto*»’ (Corsera 5.10.2003)

Licia Granello ‘i produttori del bitto tradizionale e quelli del Castelmagno d’alpeggio ancora combattono battaglie solitarie contro le nefandezze dell’agroindustria, poco o niente supportati dalle istituzioni (con la solita eccezione di Slow Food). Risultato: insieme a mucche e capre a bassa resa quantitativa – ma altissima qualitativa! – di latte, rischiamo di far scomparire gli straordinari formaggi prodotti a un passo da Francia, Svizzera, Austria, Slovenia’.(La Repubblica 13.09.2009)

Paolo Marchi:’ Il problema è che se tutte le novità dovessero divenire esecutive, i produttori di Bitto Storico, l’unico per il quale sono giustifica te pazzie, poche centinaia di forme che nascono negli alpeggi in quota delle Valli del Bitto, spaccature laterali rispetto alla Valtellina, rischiano di non potere più chiamare Bitto il vero Bitto. Sarebbe come se esistesse solo il Balsamico e quello Tradizionale dovesse cercarsi un altro nome per non dare fastidio al caramello della grande industria. Vi immaginate potere chiamare auto la Duna e non la Ferrari? No? Invece sarebbe così’. (Newsletter 252 del 19.02.2009 Identità Golose)

Paolo Marchi: "Il Bitto autentico è rimasto vittima della sua bontà e dell'avidità dell'uomo. Tanto si è fatto a livello politico locale che un brutto giorno tutta la provincia di Sondrio è diventata luogo di produzione del Bitto, una bestemmia come se la zona vocata per il Culatello di Zibello venisse estesa a Mantova, Piacenza e Cremona con la scusa che tanto è sempre terra padana". Il Giornale 12.11.2009 

Francesco Arrigoni: ‘Patto per il Bitto autentico, firmano sedici produttori. [titolo]E' stato un evento storico. Una specie di giuramento di Pontida del formaggio quello fatto ieri ad Albaredo per San Marco, uno dei paesi sopra Morbegno (Sondrio) attraversati dal fiume Bitto. Un patto sottoscritto dai casari delle Valli del Bitto, cioè da quei sedici alpeggiatori che caricano le malghe della zona storica del Bitto, il più famoso e longevo formaggio delle Alpi. L' Associazione Valli del Bitto* è nata in risposta al disciplinare del Bitto a Denominazione di Origine Protetta del 1996, che di fatto ha consentito la produzione del Bitto in tutto il resto della Valtellina’.Corriere della Sera, 22.11.2003

* Nota - "Valli del Bitto" è il marchio ustilizzato - dopo un contezioso durato anni e un accordo con le istituzioni locali dal 2003 al 2006. L'utilizzo benne negato nel 2006 da una diffida ministeriale (a proposito di "accordi sul bitti...).








sabato 23 luglio 2016

Ribelli del bitto all'opera nel loro habitat


Siamo ormai in piena stagione d'alpeggio. Che senso avrebbe la battaglia dei ribelli del bitto  (produttori dell'ex bitto storico e i coproduttori che li sostengono attivamente in vari modi) se non parlassimo dei valori, dei significati, dei contenuti della realtà che difendiamo?
Il modello dei ribelli del bitto è un modello ecosostenibile nei fatti non nelle parole. Alcuni alpeggi dove si produce il formaggio storico ribelle non sono raggiungibili se non con i quadrupedi someggiati come Cavisciöla, nella foto, caricata da Alfio Sassella, vice-presidente del Consorzio per la salvaguardia dell'(ex) bitto storico. Altri sono solo in parte raggiungibili con mezzi meccanici.
Qui a Caviscöla si fa tutto a mano, si usa energia rinnovabile vera, quella delle braccia e delle zampe dei cavalli. Eco-sostenibile è tutto ciò che è sostenibile dal punto di vista ecologico, ovvero tutto ciò che può essere portato avanti quasi indefinitamente e che non danneggia in alcun modo l’ambiente. Anzi, lo migliora! Come qui perché il pascolo è ben curato, con un rapporto equilibrato e tra crescita dell'erba e animali che la brucano e ciò massimizza la biodiversità (che comprende piante, insetti, ragni, uccelli). Dove l'animale pascola secondo un saggio criterio "restituisce" con le sue deiezioni buona parte dei principi nutritivi dell'erba brucata. E anche questo è fondamentale per mantenere un buon pascolo, bello da vedere e ricco di vita. E in grado di dare formaggio della massima qualità.

Qui a Cavisciöla si difende la biodiversità sul serio perché le vacche sono OB, vera bruna alpina, non la turbobrown  made in Usa, ottenuta incrociando la bruna europea con razze più lattifere (che ai contadini hanno fatto credere fosse la stessa cosa "migliorata"). Qui le capre sono tutte bellissime orobiche, autoctone al 100% dal pelo fluente variegato di più colori e sfumature e dalle lunga corna ritorte.  Quando scendono di corsa per i  ripidi pendii , giù dalle coste dove brucavano le essenze aromatiche, richiamate dagli abili fischi e richiami di Alfio, appaiono come una visione primordiale, con il pelo scomposto dal vento, caracollando al suono di cento campanacci in risonanza tra loro. Spettacoli che da soli giustificano la camminata (e consentono di fare foto grandiose sapendo cogliere l'attimo) . Alfio, con naturalezza, senza tante grida, sa governare da maestro le sue capre. E non è facile.

Ovviamente per chi sale a Cavisciöla ci sono tante altre cose interessanti da osservare: la mungitura, la lavorazione del latte. Se, alla sera, desiderate assistere alla lavorazione dello storico ribelle (più lunga di quella del bitto dop "facilitato") ricordate di portare la lampada frontale o almeno una torcia (perché si finisce che è buio). Se siete sportivi e avete il sacco letto potete sistemarvi, mettendovi d'accordo con Alfio,  in una baita al momento non utilizzata e passare la notte sperimentando come si dorme in alpe.

Potete arrivare a Cavisciöla sia dal Passo di San Marco che dal rifugio Madonna delle nevi di Mezzoldo. I sentieri Cai sono ben marcati. Dovete salire più in alto della Casera di Cavizzola, alla baita Piedavalle a quota 1944. Il percorso dalla Madonna delle Nevi è descritto in questo fotoracconto (VAI A VEDERE) di cinque anni fa.  Alfio Sassella e la moglie Sonia Marioli (la casara) accolgono calorosamente gli amici dei ribelli del bitto che salgono a trovarli (compatibilmente con gli orari e le mansioni da svolgere). 

Il percorso la passo di San Marco è indicato nella mappa 

Buona passeggiata

giovedì 21 luglio 2016

Varenne e lo Storico formaggio ribelle

metafore da una Valtellina fagocitata e ingessata da un modello agroindustriale, espressione del peso di ipertrofici  istituti bancari e di una ipertrofica catena di ipermercati (una Valtellina dove le espressioni di un'economia legata alla vocazione territoriale sono schiacciate)

In un post precedente (vedi comunicato 20.07.16) abbiamo paragonato lo Storico formaggio dei ribelli del bitto al più grande trotter di tutti i tempi: Varenne. . Un paragone impegnativo perché Varenne è non solo il cavallo che ha vinto più montepremi , ma l'unico cavallo nella storia dell'ippica mondiale ad avere vinto il titolo di "cavallo dell'anno" in tre differenti nazioni: Italia 2000, 2001, 2002, Francia 2001, 2002, Stati Uniti 2001. Varenne è anche l'unico trottatore ad avere vinto le corse più importanti del mondo nello stesso anno (2001). Nel 2002 ha chiuso la carriera come corridore con un tour mondiale in cui ha frantumato tutti i record delle piste 

Lo storico formaggio dei ribelli del bitto ha frantumato i record di vendita di un formaggio (eccettuate "particolarità" come il formaggio di latte d'alce). Ma ha anche conquistato il titolo di formaggio più mediatico. Sono molti più gli articoli sugli organi di informazione cartacei e online che le forme prodotte e fa parlare di sé più che formaggi prodotti in milioni di pezzi.
Ronzino, invece (sinonimo di brocco) indica un cavallo di poco pregio. Dall'antico francese (forse) roncin. Ronzinante era la cavalcatura di Don Chiscotte (rocin, in spagnolo). 



Ci vuole altro che Varenne per trainare il pesante carro dell'agroalimentare valtellinese, appesantito dalla scelta di puntare sulla quantità a scapito della qualità nell'illusione che basta l'immagine della montagna o qualche "specchietto per le allodole" per continuare a operare con profitto in un mercato dove la produzione massificata subisce una concorrenza sempre più feroce. 



La Valtellina agroalimentare, in un contesto valligiano caratterizzato dalla presenza di due istituti bancari e di una catena di ipermercati (ovviamente ad essi legata) "fuori taglia" rispetto alle ridotte dimensioni della valle, difficilmente potrà uscire dal modello agroindustriale per dare spazio a produzioni agroartigianali indipendenti. I ribelli del bitto, che si muovono su un piano completamente diverso e del tutto autonomo rispetto alle filiere (commerciali e di potere) rappresentano, oggettivamente, un fatto eversivo. Nessuno può pensare che la guerra contro di loro sia dovuta solo a 1.500 forme di formaggio o solo ad una questione di bitto, di formaggi, di alpeggi. L'establishment vuole la resa dei conti con i ribelli perché teme che il focolaio si estenda, che i tanti (operatori economici, semplici cittadini) che non hanno il coraggio di ribellarsi a un certo "sistema") siano incoraggiati a uscire dalla dipendenza (sudditanza) a certe "filiere", seguendo l'esempio dell' ex bitto storico. 



mercoledì 20 luglio 2016

Bitto storico muore per risorgere

Nell'incredibile collezione di simboli che accompagna la più che ventennale vicenda del bitto ribelle, se ne aggiunge uno nuovo: è l'araba fenice, simbolo sin dalla civiltà egizia, di morte e risurrezione (ora trasposto all'ombra dei Tre Signori)

per approfondire il tema della morte del bitto storico:





Il bitto storico non c'è più (comunicato)

Il bitto storico con la stagione d'alpeggio in corso non esiste più (fino a quando non sarà pienamente riconosciuto e legalizzato)

Comunicato stampa
Il Consorzio per la salvaguardia del bitto storico ritiene inaccettabili gli attacchi da parte della Coldiretti e annuncia che a breve saranno diramate le informazioni circa le modalità del cambiamento di nome




Dopo l'annuncio da parte di Paolo Ciapparelli - presidente dei "ribelli del bitto" - dell'imminente cambio di nome del bitto storico, cambio sollecitato dall'assessore regionale Fava onde evitare le conseguenze (anche penali) della violazione delle norme europee, si è assistito alla fiera dell'ipocrisia. Chi, per anni, ha combattuto e denigrato il bitto storico (ma lo ha anche sfruttato abilmente per assimilare ad esso il bitto massificato), oggi ha paura che la Valtellina faccia una figuraccia al Salone del Gusto di Torino (a settembre), quando sarà formalizzato che il bitto storico non esiste più. Sarà difficile spiegare perché i prosecutori della più autentica tradizione del bitto non possono poi utilizzare il nome bitto. E perché in ventidue anni, tanto dura la vicenda della “dop bitto”, la politica, invece di risolvere il problema, l'ha aggravato.
Nel coro degli amici dell'ultima ora del bitto storico, che invocano la “pace del bitto” e invitano a “restare uniti” si distingue la Coldiretti. Quest'ultima, attraverso le dichiarazioni del presidente Marsetti paventa conseguenze catastrofiche a seguito del cambio di nome del bitto storico. “Ci sono in ballo – ha dichiarato Marsetti - 60 Imprese Agricole con oltre 120 lavoratori che producono 18.000 forme per un fatturato di oltre 2milioni che corrispondono a oltre 4 milioni di valore al consumo”.  Cosa significa? Che il cambio di nome di 1500 forme di bitto di un tipo farebbe crollare il prezzo delle altre 18 mila? Ovviamente non è possibile ma la Coldiretti, come le altre organizzazioni del sistema agroalimentare (o per meglio dire agroindustriale) valtellinese teme il venir meno dell' “effetto scambio di identità”. Tutto il parlare dell'eccellenza del bitto storico “teneva su” il bitto massificato e “modernizzato”, prodotto con mangimi e fermenti industriali, senza latte di capra. Non c'era quasi nessun giornalista o blogger che in coda ad un pezzo di esaltazione dello “storico”, dei “ribelli del bitto” non allegasse la foto con l'etichetta rossa del consorzio Ctcb.
Fin qui nulla di strano. Chi ha strumentalizzato il bitto storico, usando la tattica di combatterlo alla luce del sole e di cercare di confondersi con esso dietro le quinte, si preoccupa. Quello che è inaccettabile è la diffamazione dei “ribelli del bitto” . Marsetti ha accusato senza mezzi termini i “ribelli” di "strumentalizzare   la difesa delle tradizioni, della tipicità, della storia, del territorio a fini di mero interesse e di parte".
Marsetti sa che gli oltre 100 soci della Società valli del bitto (compresi i produttori agricoli) , per sostenere il metodo storico, hanno realizzato – di tasca loro - una casera che è anche una galleria d'arte, di cultura, di umanità, che è diventata un elemento di interesse turistico, che promuove l'immagine della Valtellina attraverso i media nazionali e internazionali. Una casera per la quale la Società valli del bitto hanno douto investire di tasca – in in periodo in cui il Comune di Gertola non disponeva delle copiose entrate attuali – ben 300 mila euro , utilizzati per le spese di edificiazione di un immobile che è totalmente di proprietà del comune. Questa spericolata generosità (o comunque ingenuità) nel sostenere un comune che si pensava amioo (e che poi ha voltato le spalle per unirsi al coro dei poteri forti nemici del bitto storico) ha determinato l'accensione di linee di credito che, nel corso di un decennio, hanno gravato di interessi passivi il bilancio della Società valli del bitto. I “debiti” sono solo questi . Nelle varie interlocuzioni succedutesi negli scorsi anni la richiesta avanzata dai “ribelli” alle istituzioni era di riconoscere – nelle forme legittime e idonee – un terzo di quell'investimento iniziale. Un'inezia rispetto agli sprechi dei rappresentanti delle istituzioni e delle varie organizzazioni dell'establishment che cifre simili se le bruciano, nell'ambito di “progetti di promozione” solo per spese di rappresentza e cene tra loro.
In ogni caso i “debiti” della “valli dl bitto” (peraltro onorati ) sono derivati dall'aver voluto sostituirsi alle istituzioni, tanto era l'entusiasmo per la causa del sostegno dei produttori storici. In dieci anni la Società valli del bitto, ha agito all'opposto di una società con fini di lucro (formalmente è una spa), operando come una Fondazione riconoscendo ai produttori un “prezzo etico”, gestendo un vero e proprio museo, svolgendo attività culturali autofinanziate (o sostenute dai privati) che incidono pesantemente sui costi del personale , costi  che, qualsiasi altro soggetto non inviso ai poteri forti e alle istituzioni, avrebbe addebitato a qualche “progetto”. Nel frattempo le organizzazioni che gestisono la promozione alimentare in Valtellina hanno speso milioni di euro, spesso solo per dare lavoro agli amici con iniziative di nulla o scarsissima ricaduta.
Marsetti (ma non solo lui) chiede al bitto storico di non cambiare nome e di continuare a “fare da traino”. Sarebbe come chiedere a Varenne di trainare un pesante carro insieme a dei ronzini che – generosamente alimentati di biada – lasciano al campione l'onere di spingere. Al campione, nel frattempo, invece della biada si promette del fieno (ammuffito).
I “ribelli del bitto” sono dei “trogloditi che rifiutano la modernità” (come venivano definiti solo qualche anno fa). Ma sono abbastanza avveduti da capire che, sino a quando la politica non sarà in grado di legalizzare il bitto storico, a loro conviene cambiare – sia pure provvisoriamente – nome. Se ne facciano una ragione Marsetti e tutti gli altri.
In un prossimo comunicato verrà precisato, anche a beneficio dei consumatori, con che modalità e tempi sarà attuato il cambio del nome. In ogni caso nella stagione d'alpeggio 2016 non sarà prodotta alcuna forma di bitto storico. Il bitto storico (almeno per ora) è morto.

Gerola alta, 20 luglio 2016

LEGGI ANCHE per approfondire : http://ribellidelbitto.blogspot.it/2016/07/bitto-fa-paura-alla-casta-lo-storicoche.html