RIPARTE LA CAMPAGNA SI SOSTEGNO ALLO STORICO RIBELLE (EX-BITTO STORICO)

COMUNICATO. RIPARTE LA CAMPAGNA DI AZIONARIATO POPOLARE A SOSTEGNO ALLO STORICO RIBELLE (EX-BITTO STORICO) Dopo il cambio di statuto per divenire Società Benefit secondo la nuova legge in vigore dal 1 gennaio 2016, la Società Valli del Bitto riapre la campagna di azionariato popolare. Società benefit è quella che non mira solo al proprio utile ma a vantaggi per la società, il territorio, l'ambiente.La Società Valli del Bitto punta solo alla sostenibilità economica e non al lucro. Senza di essa non potrebbe conseguire i propri scopi che sono in primo luogo garantire - attraverso la valorizzazione economica - la sopravvivenza del formaggio "storico ribelle" (ex-bitto storico) con tutto il suo sistema di produzione in alpeggio che rappresenta un monumento di cultura e di biodiversità. Lo "storico ribelle" è Presidio Slow Food, il presidio che - a detta di Slow Food - incarna forse al meglio il principi del cibo "buono - pulito - giusto". Tutti possono partecipare a questa Società che incarna l'ideale dell'agricoltura etica sostenuta dalla comunità che, a sua volta, sostiene il territorio. Sottoscrizione minima 150€ ( massimA 20 mila €). Ai soci viene riconosciuto un "dividendo etico" in natura pari al 2% del capitale sottoscritto. Per sapere come associarsi: 334 332 53 66 info@formaggiobitto.com

domenica 1 gennaio 2017

Il Dizionario del bitto ribelle

di Michele Corti

(01.01.17) Un 'regalo' di inizio anno agli amici dello 'storico ribelle' (il bitto della tradizione) per decifrare le appassionanti vicende dei ribelli del bitto. In attesa dell'uscita della seconda edizione del  libro (di cui ero autore con Cirillo Ruffoni) sulla storia del bitto Il formaggio “Val del Bitt”, la storia, gli uomini, gli alpeggi.  Il volume, edito nel 2009,  si differenzia per un maggior approfondimento storico e tecnico rispetto al successivo I ribelli del bitto, edito da Slow Food nel 2011. Il formaggio “Val del Bitt” non solo è da tempo introvabile ma, oltretutto, 'manca' di importanti capitoli, quelli scritti dallo sviluppo incalzante della vicenda in oltre sette anni. Senza contare le censure imposte a suo tempo dall'ente regionale (Ersaf) che gestiva il progetto con il quale il volume venne finanziato. La vicenda del bitto ribelle  nell'anno appena terminato è arrivata ad un epilogo amaro e clamoroso con la riununcia al nome 'bitto' da parte dei produttori ribelli (ribellatisi all'omologazione del bitto della storia a un prodotto modernizzato e banalizzato). 

Ho ritenuto, insieme agli amici Cirillo Ruffoni e Giampiero Mazzoni (fotografo ed editore) che fosse ora di mettere a disposizione dei non pochi che si interessano alla storia di questo formaggio speciale uno strumento migliorato e aggiornato. E tanto per iniziare la revisione dei materiali ha messo mano ad un piccolo Dizionario del bitto che avevo inserito già nel volume edito con Slow Food ma che  diventa indispensabile anche per la nuova edizione del volume di approfondimento storico.  Mi sono accorto che in  cinque anni  il Dizionario andava  profondamente rivisto e aggiornato. Alcune voci sono state tolte ma  molte sono state aggiunte e ampliate. Quasi tutte sono state riviste e aggiornate. Segno di una storia a dir poco 'vivace'  e in perenne divenire. 

La storia dei ribelli del bitto  si sviluppa a partire dal 1994. Per comprenderla è necessario però fare riferimento a realtà, a circostanze, a precedenti che risalgono all'inizio del Novecento. Non è facile per chi non è addentro questa storia districarsi tra Comitati, Consorzi, Casere, Centri, Associazione, Società,  in un succedersi, spesso convulso, di avvenimenti che abbraccia decenni. Così, già nel libro che ho scritto per Slow Food nel 2011 esisteva in appendice, oltre al glossario, un dizionarietto del bitto che consentiva, di verificare a cosa ci si riferisce esattamente nel testo in caso di dubbio (senza doversi rileggere interi paragrafi).  

Propongo qui in anteprima la bozza di un più ampio Dizionario quale regalo di inizio anno ai lettori di Ruralpini. La lettura del Dizionario (pensato per la consultazione) dimostra che i ribelli non sono degli stravaganti ma che, se si sono attivati e hanno sostenuto una 'guerra' intorno a una realtà importante dalla sorprendente complessità. Si è combattuto (e si combatte tutt'ora) perché c'era di mezzo una storia di grande spessore, che non è solo la storia di un formaggio, men che meno la storia di un formaggio qualsiasi. Buona lettura.

A. AmbriaAmiciAmicoAlbaredoAssociazione


C. CadùlaCalèccCapra Cascìn Casera CèchCentroCerviaClassico














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lunedì 26 dicembre 2016

Lo storico ribelle che porta benefit alla società e all'ambiente

di Michele Corti*

* cda Società Valli del Bitto spa benefit


(23.12.16) Dal   29 novembre la Società Valli del Bitto (meglio nota come "ribelli del bitto") è B-corp. Una formula che impegna le società a promuovere vantaggi (in inglese "benefit") per la società, la comunità locale, l'ambiente. Riducendo gli impatti negativi per le persone e l'ambiente e determinando impatti positivi. Il 18 dicembre la Società Valli del bitto si è riunita in assemblea straordinaria per modificare lo statuto (e il nome) in modo da essere società benefit anche ai sensi della normativa italiana, introdotta con la legge di stabilità il 1° gennaio 2016. L'assemblea ha anche deliberato in merito ad altri punti: la riduzione del capitale sociale e del valore nominale delle azioni (in conseguenze delle perdite di gestione) e la proposta di trasferimento della sede legale a Morbegno. Di seguito un ampio e trasparente resoconto dell'assemblea straordinaria del 18 dicembre, della situazione della Società Valli del Bitto, di cos'è, cosa fa, qual'è stata la sua storia in questi anni movimentati.


Società benefit è sempre una qualificazione riduttiva, ma aiuta a far capire che c'è una missione

La Società Valli del Bitto è un soggetto anomalo, come anche in questa sede cerchiamo di spiegare. È qualcosa di totalmente diverso dalla società privata alla ricerca del profitto. Essa è una specie di nuova istituzione o di nuovo movimento di opinione e sociale e, in ogni caso, è improntata alla massima trasparenza, una "casa di vetro". Lo è per principio ma anche perché pensiamo che chi intende sostenerci desideri capire sino in fondo cosa sostiene (anche perché troppi che si presentano come "senza scopo di lucro" dediti alle più nobile cause poi, come spesso si scopre, sono interessati più di ogni altra cosa, alle loro tasche). 

Partiamo allora dalla novità. Dalla B.  Che sta per "benefit".  La legge che istituisce le società benefit è  stata pubblicata sulla G.U. n.302 del 30- 12-2015 – S.O. n.70 - Commi 376-384.  Ma già esisteva la certificazione internazionale (volontaria e privata) di B corp è rilasciata da B Lab, un ente no profit che sottopone le aziende a un assessment approfondito di impatto con verifiche periodiche. La Società Valli del Bitto è diventata B-corp (ottenendo la certificazione internazionale) dal 29 novembre. Le B-corp si inseriscono tra le società profit ma non sono enti no profit. Le B-corp in ogni caso rappresentano qualcosa di molto innovativo, all'avanguardia. Pur non essendo no profit vanno oltre l’obiettivo del profitto e innovano per massimizzare il loro impatto positivo verso i dipendenti, le comunità in cui operano e l'ambiente. Le B-corp rappresentano vanno oltre la concezione atomistica di impresa e costituiscono una comunità di imprese che cercano anche di operare in sinergia tra loro. Si tratta di una comunità in rapida crescita a livello globale ma anche in Italia.


(a fianco) Una forma in dedica particolare. Donata dalla Società B.corp Mondora (informatica) ad un dipendente in occasione dell'assunzione. Un benefit al dipendente e allo "storico ribelle"

La Società Valli del Bitto ha ritenuto questa nuova connotazione giuridica confacente alla propria attività in quanto le consente di differenziarsi dalle società profit. Nel farlo ha riscosso l'apprezzamento del senatore Mauro del Barba, primo firmatario della legge che ha introdotto le società benefit nell'ordinamento italiano. Del Barba, impossibilitato a partecipare all'assemblea straordinaria della Società Valli del Bitto (c'era l'assemblea del pd post-referendum a Roma) ha inviato un caloroso messaggio in cui loda la scelta coraggiosa e d'avanguardia della Società.  Quella stessa Società che in Valtellina le "alte sfere" qualificano con disprezzo come "trogloditi".

Essa, in realtà, è un soggetto no profit che non persegue il profitto (i soci sapevano che, oltre a non guadagnare, c'era il rischio - poi concretizzatisi - di perderci). Nell'ordinamento societario attuale essa non potrebbe svolgere la propria attività principale con la veste no profit. Non è facile spiegare che, stagionando e commercializzando il formaggio,  si "co-producono" tanti valori, valori positivi che vanno ben oltre il formaggio, quello inteso come mera merce e mero alimento. Il fatto è che qui si parla non di un formaggio qualsiasi, ma dello "storico ribelle" (l'ex bitto storico), un formaggio che ha alle spalle una storia unica che ne ha fatto qualcosa che va anche oltre il "bene simbolico", il "bene culturale", assumendo i connotati del "bene politico/civico/etico/morale". Non vogliamo dire che un formaggio cambia il mondo ma che faccia discutere, riflettere, sognare, litigare tante persone (in Valtellina e non solo), quello lo possiamo affermare tranquillamente. 


Le finalità di carattere sociale e territoriale rese ora esplicite (con la benefit)


Nello statuto (vedi, in fondo, Allegato 1.) sono ora contenute le  precise finalità sociali della Valli del Bitto. Finalità che, per la verità,  hanno sempre presieduto alla sua attività, ma che ora sono oggetto di impegno formale e che ne fanno qualcosa di molto più di una società benefit (qualificazione che comunque la differenzia dalle società puramente commerciali).  Un segnale chiaro verso la società locale. Per anni le lobby, i poterini forti provinciali hanno insinuato (e qualche volta detto anche apertamente) che la Società Valli del Bitto era costituita da approfittatori che, dietro la bandiera della difesa della tradizione puntavano a una speculazione privata. Purtroppo anche tante brave persone oneste in Valtellina si erano convinte di questo, anche perché, nell'immaginario collettivo spa evoca grandi imprese, società capitalistiche. Chi è un minimo famigliare con il diritto societario (come i personaggi delle lobby), sa invece benissimo che spa è garanzia di trasparenza.  I bilanci, le cariche sociali sono pubblici. Basta una visura online attraverso il sito della Camera di commercio. Chissà come mai a scrutare per primo, appena la documentazione è disponibile online, è qualcuno la Latteria sociale Valtellina.  A parte la trasparenza (e il rispetto di precise norme e adempimenti non previsti per altri tipi di società) la forma della società per azioni offre un vantaggio che per noi è stato molto importante: poter far entrare con facilità nuovi soci, con relativo versamento dell'equivalente del valore delle azioni . Fu, invece, un errore aggiungere quel "trading" che suona male, richiama un "trafficare", si addice di più società commerciali cinesi fiorite come funghi negli ultimi anni dilagando dalla Chinatown milanese alla Brianza. Quel "trading" era agli antipodi dello spirito e del concreto operare della Società Valli del Bitto. Con l'assemblea straordinaria del 18 dicembre ce ne siamo liberati. 

(a fianco volontari al lavoro in uno stand)

In realtà la Valli del Bitto è un caso unico, almeno in Italia: qualcosa tra l'impresa sociale, la cooperativa di comunità, un soggetto che mette in pratica nel senso più pieno concetti come co-produzione e agricoltura sostenuta dalla comunità ma al tempo stesso a sostegno della comunità. Il cambio di statuto della Società Valli del Bitto ha rappresentato un'occasione per spiegare la realtà unica di questa società che opera in un campo di avanguardia a cavallo tra la produzione alimentare, quella di servizi culturali e territoriali e di esperienze innovative. Queste ultime possono ricadere a vantaggio di altre realtà che ne vorranno seguire l'esempio lungimirante. La Valli del Bitto è qualcosa che riassume in sé la fondazione privata, l'istituzione pubblica, la cooperativa, l'associazione culturale e, forse, anche il movimento sociale. Esagerazioni?  Forse. Se siete scettici vi invitiamo però ad approfondire cos'è questa strana Società e a leggere tutto. 

Intanto scoprirete che essa è basata su principi di trasparenza non comuni, ma anche di democrazia e partecipazione, connotati che si sono rafforzati quanto più, negli ultimi tempi, ha dovuto misurarsi con scelte molto impegnative. Il consiglio di amministrazione si riunisce di frequenza e opera anche con gruppi di lavoro (che saranno aperti anche ai soci). Alle assemblee partecipa sempre un numero consistente di soci e, nell'ultima non pochi hanno preso la parola anche per esprimere opinioni diverse da quelle del consiglio di amministrazione. Ci teniamo a presentare la Società com'è realmente perché essa vive grazie al sostegno dei numerosi soci (oltre un centinaio). E, dal momento che è suo interesse, specie in questa fase cruciale, acquisirne di nuovi (portatori di capitali, anche piccolissimi, ma anche di idee e di lavoro volontario) non ci conviene certo "barare" ma spiegare, con tutta onestà e franchezza, chi siamo, cosa facciamo e perché chiediamo il sostegno di chi condivide i nostri obiettivi, i nostri ideali al tempo stesso utopistici e pragmatici e il nostro modo concreto di operare. Il nostro stile, insomma. Quello che abbiamo fatto, con la forza limitata di un gruppo di privati che avevano contro tutte le istituzioni e le para-istituzioni, lo si vede venendo al Centro del bitto. La cantina (foto) sotto è ben più di un luogo produttivo, è un museo, un tempio, un santuario (dove le dediche ricordano gli ex voto). Non c'è alcuna intenzione irriverente in questa assimilazione ad un luogo sacro. 

(a fianco) Gualtiero Marchesi al "santuario del bitto" 

Pensiamo che anche il rispetto del lavoro, della natura, degli animali, dei pascoli, delle fatiche di tante generazioni passate, del bello, partecipi di una dimensione sacrale. Ciò non implica alcuna nuova religione "neopagana" ma è del tutto coerente con l' incitamento ad un maggiore impegno per la salvaguardia del creato, al rispetto per tutte le creature animate da un "soffio vitale" del magistero cattolico recente. 

Realizzato e cresciuto intorno all'idea di valorizzare una storia importante il "santuario del bitto" racconta una storia viva e in divenire e si è progressivamente arricchito di cimeli. Questa storia, la storia del bitto, non meritava celle climatizzate, quegli ambienti dove - per comprensibili motivi di economia - lo spazio per muoversi è limitato al minimo, saturi di tubazioni, serpentine, ventole, prese d'aria che . Quegli ambienti dove  la storia, il bello, tutto quello che è naturale sono sacrificati dall'economia ma anche banditi dall'idolatria tecnologica (che si vergogna del bello, che si impone - anche al di là della necessità economica - come cultura, come dichiarazione di appartenenza ad una cultura a un regime egemone). Chi  visita la nostra "cantina" coglie, anche solo a pelle, anche se non conosce come sono le altre strutture di stagionatura dei formaggi,  il valore di quello che è stato realizzato. Non sono pochi coloro che vengono, anche dall'estero, apposta a Gerola per visitare questa  che definire "cantina" o "casera" è molto riduttivo. Solo l'amministrazione comunale non si accorge di questo. C'è però anche un registro dei visitatori, semmai volessero degnarsi di consultarlo. 

Attività 

Cosa fa la Società Valli del Bitto?

  • 3000 forme conservate nella "cantina" (ma abbiamo visto che è ben di più)  naturale di stagionatura;
  • 1000 forme acquistate dai produttori a settembre a 15 -16 € al kg (prezzo etico sorgente - secondo Veronelli - ovvero dichiarato e trasparente);
  • somministrazione di cibi e bevande presso la sala  degustazione;
  • vendita di altri formaggi dei produttori (latteria, caprini), dei formaggi “principi delle Orobie”, vino (rigorosamente valtellinese) e altri prodotti  (farine, cereali) privilegiando quelli locali, dei presidi, dei "territori del cibo", dei soci (come la birra friulana di Zago);
  • partecipazione a eventi (fiere specializzate, ma anche manifestazioni non commerciali, convegni, corsi di formazione), attività culturali presso la sede e altrove






Innovazione e resistenza, cambiamento e valorizzazione della storia
I ribelli del bitto sono considerati - come certifica Slow Food una punta avanzata, almeno in Italia, della resistenza casearia e contadina. Ma cos'è questa resistenza? Qualcosa di romantico? di fanatico? Macché, è la condizione di sopravvivenza dell'agricoltura per non essere (completamente) inglobata nella dimensione e nella logica industriale. Dice Terry Mardsen (2007), che con van der Ploeg rappresenta quanto di più autorevole esprima la sociologia rurale europea e mondiale (rural studies per gli anglofoni).
It's necessary to create a radical rupture with the agri- industrial processes. Agriculture must in a variety of ways, attempt to find new political, social and ecological platforms and spaces to distinguish itself from the conventional modernization processes that intend to continue to devaluate its base.

Se non è chiaro cosa significhi "devaluate its base" è sufficiente riflettere sul latte a 30 cent e sul formaggio a 3-4 € a togliere ogni dubbio. I ribelli del bitto danno un maledetto fastidio a tanti (nelle imprese agroindustriali, nelle istituzioni della politica, nelle agenzie parapubbliche, nelle burocrazie e nelle accademie) perché dimostrano che retrogradi sono i "modernisti", gli industrialisti. La resistenza contadina - incarnata dai ribelli del bitto - non è una forma di reazione, un'opposizione esclusivamente “difensiva” alla modernizzazione agricola. Non ci combattono certo perché siamo perdenti (ci lascerebbero morire da soli).


Non intendiamo propriamente questo per "resistenza". Si resiste anche con l'innovazione, sfruttando le contraddizioni del sistema, gli spazi lasciati aperti

La resistenza contadina diventa una forma di produzione e di azione locale, basata sull’innovazione e la cooperazione, la capacità di sviluppare nuove potenzialità, anche in forma di progetto imprenditoriale. Se è vero che la Società Valli del Bitto opera al di fuori dello spirito del profitto, integrando l'aspetto culturale, sociale, ecologico nella propria attività economica è anche vero il contrario: essa opera sul piano sociale, economico e "politico" sulla base di un sano spirito di responsabilità imprenditoriale. La scissione tra i due piani fa si che la società attuale sia affetta da una forma di schizofrenia: da una parte chi opera applicando all'economia la logica della speculazione finanziaria esasperata (favorita dalle moderne tecnologie), dall'altra chi opera nel mondo della cultura, dell'ambiente lo fa con scarsa responsabilità economica. Tanto c'è dietro un pantalone che paga, che foraggia lo spreco alimentato dall'oppressione  fiscale. La ricomposizione tra l'economia da una parte e l'etica (e l'estetica) dall'altra presuppone responsabilità. Nel suo piccolo la Società Valli del Bitto pratica questi principi che possono consentire un futuro sostenibile. Non facili da digerire per gli "opposti estremismi" (di fatto due facce della stessa medaglia) della speculazione feroce e dello spreco irresponsabile.
È stato interesse dell'establishment, ovvero delle le organizzazioni del regime agroindustriale dominante (regime, meglio chiarire, non in senso politico-moralistico ma sociologico) presentare i “ribelli del bitto” quali rissosi e retrogradi. Le cose non stavano e non stanno così. Infatti i ribelli sono sempre in piedi, e hanno conseguito risultati concreti fortemente significativi, con grande scorno degli "altri", i conformisti che difendono interessi costituiti (egoistici ed autoreferenziali), che fingono di difendere i contadini (che, grazie a loro, sono scomparsi o se la passano male). Quelli che non "digeriscono" i ribelli del bitto per convenienza personale e di casta  hanno assunto il ruolo di terminal subalterni del sistema globale del cibo, dell'agricoltura sottomessa alle multinazionali e alla tecnoscienza. Coerentemente continuano a combatterci.
Paradigmi a confronto

Lungi dal rappresentare una "bega valtellinese", una faccenda locale o, peggio, personale, caratteriale, la ribellione del bitto è la punta dell'iceberg dello scontro tra paradigmi agroalimentari. Ci si potrebbe chiedere, però, perché proprio in Valtellina lo scontro è così duro e "paradigmatico"? 
1) perché la tradizione del bitto era troppo grande, radicata, incarnata in dinastie di casari, in una comunità di pratica sedimentata in secoli (all'insegna dell'eccellenza) per arrendersi facilmente alla logica banalizzatrice, livellatrice, omologante della modernizzazione casearia;
2) perché la Valtellina è l'esempio della "montagna da bere" del Mulino bianco in versione idillio alpestre... di plastica. 
Vediamo di approfondire questo aspetto. La Valtellina ha puntato molto su un distretto agroalimentare (significativamente è stata scelto questo format a quello, previsto dalla legge, di "distretto rurale")   imprintato storicamente sul modello della bresaola da cosce congelate di zebù sudamericano (sin dai lontani anni Settanta). Fiutato il business, ha replicato il format con i pizzoccheri secchi industrialialla farina di grano saraceno (20-25%) di semolati di grano duro canadese (e con un po' di crusca di saraceno - di valore nutritivo e dietetico nullo - tanto per dare colore e aspetto "rustico"). Ha proseguito con le confetture tipiche di piccoli frutti importati, i funghi importati. Quanto al formaggio la produzione di punta (casera dop) è realizzata con la coagulazione in continuo (entra il latte dall'alto in una "coagulatrice verticale) ed esce la cagliata in basso, in continuo). I vari "tipici" (quelli no dop) che hanno cannibalizzato le denominazioni locali (matüsc, scimudin, Piatta, magnüca) sono prodotti con gli stessi fermenti selezionati... e hanno lo stesso (non) sapore.  Insomma Valtellina che gusto... industriale, un gusto frutto di manipolazione tecnologica, con aggiunta di un po' di immagine di montagne immacolate, di icone di donne in costume, secchi di legno ecc.


Figuriamoci se vengono ben visti dei rompiscatole che pretendono di rappresentare il prodotto, tradizionale, ancorato al territorio ecc. ecc. Ecco la radice del conglitto. Gli altri li vorrebbero incenerire perché rompono le uova nel paniere, rappresentano un termine di paragone scandaloso, intollerabile, imbarazzante. L'industria, con le sue manipolazioni e l'assemblaggio di materie prime globali a basso costo e sottoprodotti, fa credere di essere l'erede della tradizione, "interpretata" al meglio. Un "meglio" (molto relativo) ovvero quello concesso dalla modernità, dalla globalizzazione, dalla concorrenza spietata di un mercato del food che, come un sistema di vasi comunicanti, in mano a poche multinazionali, abbraccia il pianeta. I rompicoglioni vengono però a dire che la tradizione sono loro, che si può ancora produrre in un certo modo, ecc. Che, nell'era di internet, si può fare economia - magari più sostenibile - anche su scale più piccole. Osano anche chiarire che la produzione alimentare industriale è realizzata a prezzo di danni ambientali, distruzione di biodiversità, saperi, economie locali, ecc. Eversivi.

Tab. 1 - I paradigmi agroalimentari che si disputano il campo. Schema generale
Modernizzazione agricola
(produttivismo)


Sviluppo rurale sostenibile


● L'attività agricola è ristretta a imprese modellate sui principi dei settori  industriale e commerciale;


● L'impresa agricola diventa un atomo  avulso da relazioni territoriali  (comunità, ecosistema, storia, cultura);

● Le pratiche agricole sono  standardizzate e omologate;

● Le risorse della diversità biologica e  culturale sono sostituite da input  materiali e immateriali esterni;

● L'impresa è integrata in filiere agroindustriali e nell'impero globale del  cibo e isolata dal tessuto territoriale



● L'attività agricola è esercitata in forme  di co-produzione che coinvolgono sistemi locali di aziende e consumatori ;


● Le pratiche agricole sono differenziate  sulla base di specifici adattamenti  eco-culturali;

● Si recuperano risorse materiali, culturali locali anche al di fuori del  mercato (razze, saperi, pratiche, relazioni;

● L'attività agricola è integrata in reti che  collegano i produttori tra loro e alla realtà locale
Va chiarito che non c'è solo un'opposizione sorda tra i due paradigmi. Non c'è mai un mondo dove o è tutto bianco o è tutto nero. In realtà il regime dominante lascia spazio per delle nicchie. Il punto è se  queste nicchie possono svilupparsi e contribuire una sintesi che porti a un nuovo regime o se esse sono condannate a restare delle "riserve indiane". Una specie di "parco giochi" per i discoli.


Nel caso dei ribelli del bitto la soluzione della "riserva indiana" non funziona.  E se la resistenza continua il regime, almeno localmente, dovrà subire dei cambiamenti dall'interno, mano a mano che, l'esempio dei ribelli  verrà seguito da altre esperienze. L'accanimento nei confronti dello storico ribelle (le sanzioni  amministrative, l'azione sistematica di discredito, le pressioni - che continuano - sui produttori per staccarli dal gruppo dei ribelli) si spiegano con i rischi di “contagio” e delegittimazione dell'establishment (economico-burocratico-sindacale-tecnocratico). Sono gli interessi costituiti, privilegiati, che sfruttano posizioni di rendita che si oppongono, come sempre, al cambiamento. Il contagio dei ribelli del bitto rappresenta il rischio di cambiamento. Nel caso dello storico ribelle la contraddizione (acuita nel contesto montano) tra il modello della modernizzazione agricola agroindustriale e quello dello sviluppo rurale neocontadino è apertamente conflittuale. L'asprezza del conflitto ha fatto emergere negli attori l'autoriflessività sulla loro vicenda. Li ha resi consapevoli. E questo è un aspetto che conferisce ai ribelli una grande forza.


Tab. 2 - I paradigmi agroalimentari che si disputano il campo. Schema specifico
bitto dopstorico ribelle
● Estensione della produzione a tutta la provincia di Sondrio indipendentemente dalle tradizioni produttive locali
● Utilizzo di alimenti concentrati aggiuntivi dell'alimentazione al pascolo
come conseguenza dell'introduzione della brown swiss e della frisona;
● Mancata valorizzazione del latte caprino (è tollerata l'aggiunta sino al 10%)
● Utilizzo fermenti starter selezionati;
● Allentamento vincoli lavorazione sul posto
● Limitazione all'area storica di produzione 
● Vincolo all'utilizzo del latte di capra della popolazione autoctona “orobica” 
(e incoraggiamento razza bovina bruna originale );
● Vincolo alla valorizzazione della biodiversità microbiologica casearia  (microbiota ambientale) ovvero divieto fermenti selezionati;
● Vincolo alla lavorazione del latte sul posto, immediatamente dopo la 
mungitura (per favorire utilizzo uniforme del pascolo e turnazione);
● Divieto utilizzo concentrati



La forza dell'eccellenza (organolettica, ma anche etica)

Se la ribellione non è stata soffocata è perché essa è stata ed è portatrice di valori, idee, speranze, alle quali molti assegnano un valore e per le quali non pochi sono disposti a un sostegno (ognuno per quello che può dare). Essa ha potuto contare sul sostegno, senza vincoli e condizioni, di Slow food che ha individuato nello “storico” l'incarnazione dei principi del cibo “buono, pulito e giusto”. Garante il grande amico del bitto ribelle: Piero Sardo che non ci stancheremo mai di ringraziare e di stimare. 



Slow Food, sia ben chiaro, non appoggia i ribelli solo perché sono un simbolo romantico ma perché è consapevole del valore rappresentato dallo "storico ribelle". In uno studio della Fondazione Slow Food per la biodiversità l'ex bitto storico si collocava come il miglior presidio montano europeo.



Il bitto ribelle ha anche ha potuto contare su soci finanziatori, giornalisti, chef, ristoratori, consumatori: una vera rete di solidarietà. Sono stati al contempo i suoi connotati innovativi e la sua sua capacità di partecipare a reti e a stabilire alleanze (emblematica la gravitazione su Bergamo) che ne hanno evitato l'isolamento e l'accerchiamento di cui sarebbe sicuramente stato vittima se avesse fatto l'errore di restare chiuso in Valtellina. Il mondo non finisce a Colico e la montagna ha capito che diventa più forte se, invece di gravitare sui centri politici-burocratici - come imposto dalla modernità - torna a dialogare con le genti (affini, ani, più affini) dello stesso massiccio, oltre i crinali, oltre i confini amministrativi e politici.


Inserendosi in reti lunghe, e aprendosi a realtà con apertura internazionale, i ribelli del bitto hanno saputo sfuggire anche i rischi del “localismo difensivo”, ponendosi come un esempio avanzato nel movimento internazionale del cibo locale. Hanno insomma saputo spiazzare chi ne voleva la resa. Marameo.




Le innovazioni
La Società Valli del Bitto in questi anni è stata una fucina di innovazione. Innovazione dal basso, costruita con passione, fatica.
  • innovazione sociale (co-produzione ovvero partecipazione di soggetti non agricoli privati ad un progetto agroalimentare)
  • retro-innovazione
  • reti rurali (i network)
  • creatività commerciale
  • innovazione istituzionale (una nuova forma di impresa, per ora società benefit, in futuro speriamo qualcosa di più consono)
Una delle ultime forme della vecchia serie "Bitto Valli del Bitto"  attualmente ancora nella cantina del Centro del Bitto (il cosiddetto Santuario). La storia nella storia.


Co-produzione

Cosa significa? Slow-food ha divulgato il modello del consum-attore, ovvero del consumatore che si fa attivo, che si interessa al processo di produzione del cibo sostenendo "a monte" il produttore e non solo "a valle" con l'acquisto anonimo. Ma il concetto di co-produzione (che non si applica solo all'agricoltura) apre, più in generale, la possibilità di legare insieme la produzione di valore pubblico e di valore privato, di cibo e valori sociali, ambientali, comunitari ecc. Apre la possibilità di collegare i fruitori/consumatori ai provider di servizi e di prodotti, attivando nuove opportunità di funzionamento del sistema di creazione e di distribuzione di valore, superando i colli di bottiglia della "dittatura del mercato", la sua fin troppo elevata efficienza in certi ambiti, la sua incapacità in altri. Quando vediamo le terre abbandonate, le braccia conserte, i servizi sociali che chiudono perché "costano troppo", i giovani che emigrano, la gente che si annoia,  mentre altri lavorano freneticamente 14 ore al giorno capiamo che il tanto decantato mercato non funziona sempre. Il modello della Società Valli del Bitto che, come ricordato, confonde economia, commercio, iniziativa politica e culturale, che rispolvera i valori delle primitive coop, del mutualismo, non è un vezzo stravagante ma deriva dalla consapevolezza che non si salvano produzioni di eccellenza, (virtuose sotto ogni riguardo), non si salva la montagna dell'uomo , la montagna abitata, sede di vita e di lavoro (e non quella di leisure e di wilderness) se ci si affida al mercato e alle istituzioni. Entrambi, oggi,  fallimentari.


Nel caso della Società Valli del Bitto la co-produzione va oltre il modello di cooperazione tra produttori e consumatori o tra attori pubblici (che sono fieramente ostili) e privati o tra soggetti no profit e imprese. Infatti è più appropriato utilizzare il riferimento alla CSA americana, traducendo ASC, ovvero agricoltura sostenuta dalla comunità. Nel caso della Società Valli del Bitto, infatti si va ben oltre il modello del gruppo di acquisto (GAS), dell'abbonamento spesa, dell' "adozione" di animali o piante fruttifere, ma si sperimenta un ideale di co-produzione in una forma molto impegnativa, avanzata e coraggiosa che comporta il rischio, l'onere della gestione di attività di produzione e commercializzazione agroalimentare. Attraverso l'azionariato popolare (è sufficiente  sottoscrivere 150€ per divenire soci) si partecipa ai  rischi e si contribuisce alla sostenibilità economica di lungo periodo della comunità dei produttori. Quest'ultima, è in parte interna alla Società Valli del Bitto (5 produttori hanno sottoscritto 20 mila € di azioni) tanto che non si viene a realizzare un sostegno esclusivamente "esterno" ma si combinano co-produttori e produttori dentro la stessa impresa (che definiremmo "sociale" se non fosse che in Italia le imprese sociali operano solo nell'ambito dell'assistenza). 


La retro-innovazione

Cos'è questa strana cosa che, per gli ottusi produttivisti, potrebbe sembrare un ossimoro? Essa rappresenta la forma specifica di innovazione in un contesto di resistenza rurale, ma la troviamo diffusa anche nel campo industriale, per esempio riproponendo oggetti di consumo caduti in disuso associati a nuove tecnologie. Un mix di nuove tecnologie e memoria. Una retro-innovazione è lo sviluppo di conoscenza e competenza, che combina elementi e pratiche dal passato con il presente e configura questi elementi per nuovi e futuri  propositi e si basa fondamentalmente sulla  conoscenza contestuale (Stuiver, 2006). La retro-innovazione valorizza la specificità culturale-storica-ecologica rappresentando uno strumento potente di differenziazione dai prodotti standard. Un modo, in soldoni, per "chiamarsi" fuori dallo stritolamento del mercato globale. Lo "storico ribelle" rappresenta un campione di retro-innovazione, un caso da manuale. La retro-innovazione dello “storico” ha riguardato:
  • il ripristino delle pratiche pastorali e delle strutture casearie tradizionali che sarebbero state condannate a restare testimonianze archeologiche in assenza della "copertura" fornita da un prodotto prestigioso, da una Società battagliera, dalla garanzia politica di Slow Food;;
  • la valorizzazione dei saperi contestuali, ovvero il "saper fare" del casaro e del pastore nel contesto di una "comunità di pratica" (di cui è partecipe chi stagiona e che vende il formaggio con i suoi feed-back nei confronti del casaro);
  • la valorizzazione delle risorse naturali (il "culto dell'erba"), la biodiversità culturale (le razze autoctone, ovvero non "migliorate" a misura della modernizzazione agroindustriale cui interessa solo la quantità);
  • la stagionatura in condizioni di microclima non controllato artificialmente (una pratica onerosa che si giustifica solo se le forme che arrivano in cantina sono "retro-innovate", di elevata qualità all'origine e se ad esse vengono applicate cure attente, competenti, assidue, time-consuming)
Va posta attenzione sul fatto che tutto ciò sarebbe bello ma non sostenibile se non ci fosse la trasformazione in valore economico attraverso elevati livelli di qualità e prezzo, forme di commercializzazione creative, una narrazione adeguata, la certificazione di “virtuosità ecologica, etica, sociale (presidio, B-corp). L'innovazione commerciale, di cui parleremo tra un attimo, è il complemento necessario della retro-innovazione, qualcosa di strettamente integrato ad essa. Non va dimenticato.


La creatività commerciale

Non sono poche le innovazioni sperimentate dal bitto ribelle in ambito commerciale e promozionale.
  • la personalizzazione del prodotto come mezzo di vendita anticipata e di differenziazione dalle produzioni "di massa";
  • le formule del “formaggio da meditazione” e  le “degustazioni verticali” come reinvenzione del formaggio quale consumo di prestigio ma anche come educazione del gusto;
  • le aste (nazionali e internazionali) che hanno proiettato il bitto ribelle nell'olimpo gourmand mondiale;
  • il formaggio "millesimato", d'annata, da celebrazione di anniversari ed eventi importanti.
L' ex bitto storico ha sperimentato, applicandole al  formaggio, formule di valorizzazione già adottate nel  caso dei vini pregiati (non si pretende di inventare tutto ex nihilo). Ha dovuto anche inventare delle soluzioni originali da momento che il formaggio non ha il vantaggio di un  “vestito” (bottiglia e etichette applicate) come il vino. Non tutte queste soluzioni avranno successo e potranno essere esportate, ma qualcuna ha già stimolato altre produzioni e tentare strade simili. Poco, o tanto, il bitto ribelle ha fornito esempi e stimoli al mondo del formaggio artigianale, del formaggio di montagna. I ringraziamenti sono arrivati, però, solo da produttori amici, da operatori illuminati del settore (non mancano, per fortuna e pensiamo a Signorelli, a Guffanti solo per limitarsi ad alcuni). Nessun riconoscimento, invece, dalle istituzioni (se si eccettuano i paroloni, poi dimostratisi vuoti e falsi, spesi in occasione dell'accordo-bidone del 2014, e qualche dichiarazione - in questo caso più sincera - dall'assessore regionale Fava). In ogni caso ai pochi riconoscimenti verbali (più che controbilanciati da tante denigrazioni e accuse) non è corrisposto da parte del sistema pubblico alcun aiuto. Se solo si pensa a quanti soldi conceda la regione, a titolo di progetti finalizzati a dubbie innovazioni (spesso erogati, in realtà,  per garantire il normale funzionamento delle macchine dell'Ersaf, dell'Università, dei Consorzi, delle industrie) e, dall'altro lato,  allo zero assoluto ricevuto dai ribelli del bitto, c'è di che riflettere. I ribelli, poco o tanto, hanno finanziato con le loro tasche l' innovazione, contribuendo a produrre un bene pubblico, qualcosa non brevettabile. Gli altri intascano. Amen. Ma un sistema così non va bene.


Le forme migliori, selezionate dalla Società Valli del bitto, possono essere acquistate da privati, ristoratori,  associazioni  e personalizzate. Esse  vengono affinate nella casèra di Gerola alta, ormai, come abbiamo già visto, divenuta meta di pellegrinaggio. 



Le forme in dedica, raggiunta la stagionatura desiderata, o in occasione di una ricorrenza importante, si ritirano la propria forma in dedica. Quando il casaro nota che la forma inizia a manifestare segni di "decadenza", viene avvisato il titolare e si decide il da farsi (ritiro o apertura). La forma viene pagata anticipatamente (un enorme sollievo finanziario per un'attività di lunga stagionatura) e ogni anno si paga un  contributo per la conservazione. Tutte le forme sono “consultabili” sul sito http://www.formaggiobitto.com/it/la-casera/forme-in-dedica

Bitto storico d'artista. Forme personalizzate, decorate, irregolari, ribelli. Un universo semantico agli  antipodi della formula della pelure seriale con le raffigurazioni stereotipate, oleografiche da idillio alpestre (il Mulino bianco caseario)

Forma di Bitto Valli del Bitto (denominazione precedente a Bitto storico) del 2004 battuta all'asta a Milano in occasione dell'Expo 2015




Lo "storico ribelle" è innovativo anche sul fronte delle reti. Sia sul piano locale  (orobico e lombardo) che internazionale. Rappresenta il presidio di punta di Slow Food ed ha contribuito attivamente a far nascere i "Principi delle Orobie" e i "Territori del cibo".  


La riduzione del capitale
Come annunciato nell'assemblea ordinaria di maggio, l'art 2446 del c.c. impone alle spa di ridurre il capitale sociale e il valore nominale delle azioni, in proporzione alle perdite subite, qualora superino di un terzo il capitale versato. Così il valore nominale è sceso da 150 a 75 €. Il dott. Martinalli, consulente commercialista e socio, ha ricordato che la perdita, per quanto importante, è di gran lunga inferiore a quelle delle azioni delle potenti banche locali (Credito valtellinese e Banca popolare). Le loro azioni erano considerate l'investimento sicuro, da "cassettisti", per chi voleva investire nel TFR. Oggi non valgono quasi nulla.  È stato comunque annunciato che sono entrati nuovi soci che hanno versato 24 mila € (con la prospettiva di aumentare la loro partecipazione nel 2017 e dell'entrata di ulteriori nuovi soci con i quali sono già stati avviati contatti). Come è possibile che, pur avendo subito perdite,  la Società Valli del Bitto attiri nuovi sostenitori (parola più appropriata che soci finanziatori). Perché le viene dato atto, anche nell'ambiente imprenditoriale locale, che è comunque riuscita a salvare il formaggio che aveva "adottato". Attraverso la travagliata storia del bitto Valli del Bitto, poi bitto storico ora storico ribelle ciò che, dalle parti di Morbegno e dintorni identificano con il "vero bitto", è sfuggito all'omologazione. Si è salvata una tradizione preziosa e si è costituito un modello e una speranza per tante esperienze che guardano ai "ribelli del bitto" per poter avviare, a loro volta, forme di agricoltura etica, di agricoltura che sostiene il territorio e promuove valori positivi sociali ed ecologici. Che un'operazione del genere conferisca prestigio a un territorio (spendibile anche in termini turistici e, più in generale, economici) non sono pochi a capirlo.
I soci della Valle del Bitto, da parte loro, che hanno compreso sin dall'inizio che non entravano in una Società mirante al profitto ma a qualcosa che non ha ancora definizione giuridica ma è comunque agli antipodi dalla ricerca del lucro. Così all'assemblea straordinaria del 4 dicembre, hanno approvato la riduzione del capitale, contrari solo Daniele Acquistapace (fratello dell'ex sindaco e dell'attuale sindaca) e Attilio Manni, amico dello stesso.

Pranzo sociale dopo l'ultima assemblea straordinaria del 4 dicembre

Una Società che guarda avanti e che merita il sostegno della società civile
Va anche detto che, sia pure a prezzo di un grande apporto di volontariato da parte di amministratori e soci (altro elemento che fa della Società Valli del Bitto qualcosa di totalmente diverso da un'impresa profit), il bilancio 2016 sarà, sia pure di poco, in attivo. Estinti i vecchi mutui il peso degli oneri finanziari è destinato a contrarsi di molto. Dal punto di vista commerciale si è riusciti a continuare ad aumentare i prezzi di vendita (anche negli anni peggiori della crisi) aumentando gli acquisti dai produttori. Ulteriori prospettive di ampiamento del fatturato, già arrivato a 400 mila €, si basano sull'ampliamento della commercializzazione della produzione invernale dei soci produttori e degli altri conferenti lo "storico ribelle" ma - in prospettiva - anche di altri produttori che si conformano ai principi etici e qualitativi della Società. Un grosso impulso all'attività dovrebbe arrivare dall'apertura di un punto vendita (in una struttura di un socio) nel cuore della vecchia Morbegno... sul torrente Bitto. Va comunque chiarito che, anche a fronte di ulteriori aumenti del fatturato, la Società per poter continuare ad operare secondo i principi e gli obiettivi sociali fissati nel nuovo statuto (ma giù nel dna dalla fondazione)  dovrà poter contare sul volontariato e sull'apporto di nuovi soci finanziatori. Perché? Perché non avendo alcun sostegno dalle istituzioni e producendo valori pubblici, più e meglio dei soggetti che dei contributi pubblici fruiscono, essa deve poter compensare quelle spese (personale, affitti, ecc.) che andrebbero imputate alle attività sociali (iniziative culturali, promozione del territorio). Alla Società Valli del Bitto va il merito delle attività "pubbliche" che essa gestisce direttamente con il proprio personale (che dedica molto tempo all'informazione, alla divulgazione, attraverso spiegazioni, visita alla cantina-museo, che partecipa a tanti eventi non commerciali per illustrare l'esperienza dei "ribelli del bitto"). Va dato anche il merito dei benefici ambientali e culturali (difesa razze autoctone, biodiversità dei pascoli, mantenimento di strutture e pratiche "ancestrali") che i produttori dello "storico ribelle" generano sugli alpeggi  per il solo fatto di produrre "storico ribelle". Ma lo "storico ribelle" si produce solo perché laSocietà Valli del Bitto lo ritira ad un elevato prezzo etico, sostenendo poi costi enormi per stagionarlo al meglio e promuoverlo. Così riesce a  venderlo a prezzi elevatissimi ma compensano a fatica i costi. Costi che, è bene ripeterlo, sono legati ad un modo virtuoso di produrre, uno modo che crea valori "pubblici" concretamente dimostrabili ma non compensati dal "sostegno pubblico" (garantito, invece, a chi questi valori non solo non produce ma, spesso, erode e compromette). Sostenere lo "storico ribelle" ha questo significato. Consentire alla Società Valli del Bitto di non cedere ai compromessi, di non piegarsi alle logiche politiche e industriali, consentirle di continuare a produrre "benefit" per la società, il territorio, la comunità locale, l'ambiente.

Perdite per le quali non c'è nulla da vergognarsi (si devono vergognare le istituzioni)
Le perdite della Società Valli del Bitto sono derivate: 1) dagli interessi passivi conseguenti ai mutui accesi per poter sostenere le spese di lavori di completamento del Centro del Bitto che è di proprietà del Comune di Gerola; 2) dall'insuccesso della gestione dell'Albergo Valli del Bitto (struttura di proprietà comunale che si trova di fronte al Centro del Bitto). La Società intendeva rilanciare questa struttura per promuovere il turismo a Gerola nell'intento generoso, ma un po' velleitario di contribuire allo sviluppo locale. La Società, infatti, si è da sempre posta quale "impresa di comunità" o "agenzia di promozione del territorio".
Non potendo i soci dedicarsi come sperato alla gestione dell'albergo si generò un passivo di 50 mila €. Ma il grosso delle perdite deriva dall'impegno assunto con il Comune di Gerola attraverso una convenzione sull'utilizzo del Centro del Bitto. Il Centro del Bitto è struttura di proprietà del Comune dove hanno sede la Casera gestita dalla Società Valli del Bitto (su due livelli, uno interrato per la cantina di stagionatura, l'altro a livello del piano stradale per la vendita e la cucina). Tutta l'operazione è stata condotta quando era sindaco Fabio Acquistapace (in carica dal 2003 al 2013), fratello dell'attuale sindaca Rosalba Acquistapace anche se, per ovvi motivi, la convenzione venne firmata dal vice-sindaco, Roberto Fallati. La convenzione, sottoscritta nel 2005, impegnava la Soc. Valli del Bitto ad eseguire opere di competenza del proprietario dell'immobile (il comune) senza rivendicare alcun titolo sulla proprietà ed implicava l'esborso di 200.000 € per la realizzazione di impianti tecnologici. La società, dovendo realizzare investimenti produttivi (l'acquisto del formaggio, particolarmente oneroso per un prodotto a lunga stagionatura, l'acquisto di vari beni strumentali quali automezzi, bilance, pulitrici, arredamento), non poté far altro, per onorare la convenzione, che attingere al credito bancario. Una zappa sui piedi. Una pesante zavorra. Invece che riconoscenza dal Comune di Gerola (o meglio dal sindaco Fabio Acquistapace e poi dalla sindaca sorella del medesimo) si è ricevuto in cambio quello che andremo presto ad illustrare.
Va tenuto presente che gli interessi passivi erano ai tempi pesanti e che hanno comportato oneri di 15-20 mila euro all'anno sui bilanci (sino ad oggi, perché - fortunatamente - i vecchi mutui sono stati estinti restituendo tutto il debito). Il comune, in cambio, si impegnava a realizzare i lavori (...con i soldi della Società) e a... sbrigare le pratiche. Un accordo molto squilibrato. Ovviamente il comune cedeva l'uso dei locali. Ma la società ha pagato i canoni di affitto anticipati e i pesanti interessi. Perché la Società a quei tempi sottoscrisse una convenzione così onerosa a chiaro vantaggio del Comune e a suo svantaggio? Semplice, perché era nata, con grande (forse eccessivo) entusiasmo, per promuovere il territorio e non per lucro e voleva aiutare il comune (che allora non disponeva delle risorse attuali legate ai proventi delle centraline idroelettriche). Va anche sottolineato che il sindaco era azionista e che, nel consiglio di amministrazione della Società, sedevano il fratello del sindaco,  Daniele Acquistapace e l'amico Attilio Manni che, nell'insieme, avevano sottoscritto azioni per 50 mila €. Il fatto che il sindaco fosse personalmente impegnato nella società rappresentava (ingenuamente) per gli amministratori della Società,  una garanzia. Paradossalmente il conflitto di interessi ci fu ma a danni della società stessa, e non certo del comune. 

Quando Fabio Acquistapace (foto sopra) era ancora sindaco, eravamo nel 2011, approfittando della non facile situazione della società,  tentò di silurare il presidente Ciapparelli, fondatore della Società e garanzia vivente della fedeltà agli ideali che essa incarnava.  La Società non navigava in buone acque, non solo per  la vicenda dell'albergo e gli oneri finanziari derivanti dalla Convenzione con il Comune, ma anche perché  si erano anche pagati degli scotti legati alla particolare attività della casera, che era sostanzialmente nuova. Aggiungasi anche la circostanza che - per tenere fede agli obiettivi sociali ed etici - si voleva in ogni caso riconoscere ai produttori un prezzo di ritiro elevato. Su richiesta di Fabio Acquistapace (azionista), Daniele Acquistapace (consigliere), Attilio Manni (consigliere) venne convocata una riunione straordinaria preliminare all'assemblea presso il ristorante La brace, in località Forcola. Era  il 21 aprile 2011. Fabio Acquistapace tentò di silurare il presidente ma la maggioranza dei consiglieri respinsero con sdegno la proposta che significava l'alzare bandiera bianca e vendersi alle lobby provinciali. Era il giovedì santo e qualcuno ricordò con sdegno i "trenta denari".Di seguito il resoconto della riunione:

Prende la parola il presidente Ciapparelli che segnala che la riunione è stata convocata urgentemente in quanto richiesta per gravi motivi sul futuro della società da parte del sindaco di Gerola, l’azionista Acquistapace Fabio.  L'azionista Acquistapace Fabio contesta l’operato del presidente, a suo avviso penalizzante per il futuro della società. Sostanzialmente contesta una gestione personale che non informa il consiglio di amministrazione. Il presidente viene accusato di inaffidabilità, e bilancio preventivo alla mano, di gestione economica sbagliata. Propone quindi la sfiducia del presidente con la nomina del consigliere Manni in sua sostituzione. Indica un cambiamento di rotta a 360 gradi (sic) nei rapporti società e  istituzioni così sintetizzato: rientro nel Ctcb da parte del Consorzio bitto storico e conseguente adesione al Multiconsorzio [oggi Distretto agroalimentare]. Questa posizione, per sua dichiarazione, garantirebbe i fondi necessari promessi dalle istituzioni per pagare e promuovere il centro del bitto storico. Il consigliere Acquistapace Daniele [fratello di Fabio] rincara le accuse contestando la gestione del presidente Ciapparelli. (omissis).


Era palese che dietro la volontà dell'Acquistapace, tendente a prendere in mano il controllo della Società, ci fosse la pressione dei centri di potere valtellinesi che volevano farla finita con il "bitto ribelle". Esso contestava la dop ma anche un certo "sistema" e la politica agroalimentare (e non solo) provinciale, tutta squilibrata a vantaggio dell'agroindustria (a sua volta legata alle ipertrofiche banche valtellinesi e alla altrettanto ipertrofica catena Iperal della grande distribuzione). Ovviamente a svantaggio dei piccoli produttori artigianali.


Il punto è che  nel mondo agricolo e della trasformazione alimentare valtellinese i "piccoli" erano tenuti in riga dalla Coldiretti (vera "cinghia di trasmissione") e dalla Camera di commercio (ma si possono aggiungere la Latteria di Delebio, l'Associazione allevatori e certi funzionari pubblici dei vari enti). Solo la Società Valli del Bitto si poneva (e si pone impavidamente) fuori dagli schemi perché anomala e perché tagliata fuori dai sostegni pubblici. Essa rappresentava un imbarazzante controcanto per l'establishment, che sa bene quant,i nel mondo dell'impresa (artigianale, commerciale, agricola), sono completamente d'accordo con quello che i ribelli del bitto proclamanoapertis verbis ma che essi non osano manifestare per le solite "paure" ("mi tolgono il fido", "non mi danno il contributo", "non mi assumono il figlio", "mi mandano la finanza- Asl/Ats-Ispettore del lavoro").

Che le iniziative dell'Acquistapace fossero concordate con i "poteri forti" lo dimostrava l'incontro della fine dicembre 2009 alla Casera di Gerola. Dopo le multe per "lesa dop" (20 mila €, poi ridotti a 5 mila grazie a un ricorso), comminate dall'ufficio repressione frodi del Ministero dell'agricoltura, venne proposto un "aiuto" (che si rivelò subito non disinteressato). Il sindaco di Gerola caldeggiava l'apertura di una trattativa con la Camera di Commercio e venne combinato un incontro con Emanuele Bertolini, presidente (ancora oggi) della Camera stessa. Bertolini è un industriale meccanico (l'azienda non naviga in buone acque) di Talamona dove risiede anche Rosalba Acquistapace, sorella dell'allora sindaco e sindaco in carica di Gerola, nonché titolare di un'azienda di confezioni sartoriali, sempre a Talamona. Esponente della Confartigianato provinciale, la Acquistapace è ovviamente in famigliarità con il presidente della Camera. 

A Gerola il Bertolini (foto sopra) fece balenare la possibilità di un' “iniezione” di consistenti finanziamenti al Centro del Bitto (si parlava di 350 mila euro) in cambio di un controllo di fatto sulla gestione da parte della Camera stessa che, ovviamente, non occupandosi istituzionalmente di produzione, commercio e formaggio l'avrebbe “passata” al Ctcb (il Consorzio del bitto istituzionale) e, di fatto -  alla Latteria sociale Valtellina. Non ottenendo l'assenso alla svendita di tutti gli ideali per i quali era stata fondata la Società, maturarono i tentativi di silurare il presidente Ciapparelli, accompagnati da una mai cessata strategia di denigrazione verso il medesimo, dipinto come intrattabile, inaffidabile, smanioso di protagonismo. Questa strategia è stata parzialmente sospesa solo in coincidenza dell'accordo-farsa del 2014. L'accordo, in modo più subdolo, intendeva pervenire al controllo della Casera... in cambio di un pugno di mosche. E così è saltato. All'inizi del 2016 il cda della Società Valli del Bitto, su consiglio dell'assessore regionale Fava, decide di cambiare nome al formaggio bitto storico. Se lo tengano coloro che ne hanno usurpata la storia fondando una dop su un falso storico.  Nell'assemblea ordinaria convocata per il 22 maggio di quest'anno vengono portate all'attenzione dei soci le serie problematiche vissute dalla Società, il mancato accordo con le istituzioni e la prospettiva di dover ridurre il capitale in relazione alle perdite subite (il codice civile) impone questo adempimento alle spa qualora le perdite superino di un terzo il capitale sottoscritto dai soci.  All'assemblea appaiono i "corvi": dopo anni di assenza, Fabio Acquistapace, Attilio Manni e Daniele Acquistapace sono presenti. L'ex sindaco ha tentato, ancora una volta, di mettere in discussione Ciapparelli "sei un distruttore, sei bravo a fare comunicazione ma ci vogliono altre persone per guidare la società". Ha però negato di averlo voluto sfiduciare già nel 2011 (peccato che ci siano diversi testimoni pronti a smentirlo e il verbale della riunione). 


Rosalba Acquistapace, sindaco di Gerola

I soci, che sanno perfettamente - come emerge peraltro dai bilanci depositati - che la perdita è dovuta solo al mancato aiuto delle istituzioni (per chiara scelta politica ostile) e  agli interessi passivi derivati dall'incredibile convenzione con il comune, non hanno battuto ciglio e hanno approvato il bilancio con il solo voto contrario dello stesso Fabio Acquistapace e l'astensione delle sue “spalle”: il fratello Daniele e Attilio Manni.  Con fine buon gusto l'ex sindaco ha in quella sede (dove ha di fatto monopolizzato la discussione con atteggiamento da "padrone di Gerola") rinfacciato anche, a Ciapparelli e alla Società, di "non volere andare d'accordo con il comune". Un consigliere ha avuto allora buon gioco a ricordare che a gennaio (sempre del 2016), dopo un incontro tra la Società e l'amministrazione comunale, era stata redatta da parte della Società (come da accordi) una bozza di intesa per porre i rapporti su una base chiara e costruttiva.


Nella lettera (riportata in allegato), sono avanzate proposte per una sincera collaborazione e si è cercato di operare la massima apertura al comune e alla popolazione (leggere per credere). Successivamente è stata letta all'assemblea anche la risposta del comune (guidato dalla sorella di Acquistapace) in cui si sostiene: 1) che la Società Valli del Bitto è una società privata e che il comune non può sostenerla; 2) che il comune ha fatto di tutto per sostenere il Bitto; 3) che gli aiuti possono venire solo da istituzioni superiori ma a patto di un “rinnovamento” della Società da leggersi: “Voi destituite il presidente e mettete al suo posto Fabio Acquistapace (o uno a lui vicino) e le istituzioni vi aiuteranno” (vedi allegata lettera della sindaca di Gerola che chiude le porte in faccia a qualsiasi collaborazione). 


Ma la Società Valli del Bitto non rappresenta "un privato qualsiasi" ma un soggetto che ha aiutato il comune, che porta il nome di Gerola in Europa e nel mondo (basta vedere quanti articoli e documentari sono stati prodotti), che è legato ad esso da una convenzione e da un contratto d'affitto. Il comune, che ha grosse risorse, avrebbe molte possibilità per dare un sostegno, se solo vi fosse la volontà politica. D'altra parte il comune di Gerola sostiene con un contributo la Fupes, la società degli impianti sciistici. Ma Siccome è privata e indipendente dall'amministrazione anch'essa in definitiva non è aiutata 
perché il contributo è erogato in cambio di abbonamenti gratuiti e della manutenzione dei paraslavine.
A giugno 2016 una delegazione della Società, che ha avuto un colloquio con la sindaca, si è sentito rispondere che da parte sua non vi è nessuna intenzione neppure di portare una proposta di aiuto alla Società in Giunta... finché c'è Ciapparelli. Ma è legittimo che un pubblico amministratore condizioni i rapporti con un soggetto privato alla presenza o meno di un certo personaggio alla guida dello stesso, specie quando la "dissidenza" interna è rappresentata da due fratelli dell'amministratore stesso?

Trasferimento o no della sede sociale?
Uno dei temi che sembravano meno importanti all'assemblea straordinaria della Società Valli del Bitto del 18 dicembre è stato quello più dibattuto. Perché riguarda la "missione", l'identità della Società. Il fatto che la sede sociale sia presso quella operativa (la casera, il centro del Bitto) di Gerola, piuttosto che presso lo studio del commercialista di Morbegno che importanza pratica ha? Nessuna. Eppure ha una grande valenza simbolica. E in una società anomala come la Valli del Bitto contano più i simboli che le cifre del bilancio. La Valli del Bittoera nata a Gerola nel 2004 per un grande progetto da realizzare con il Comune e gli altri attori locali: lanciare, attraverso quello che era ancora il Bitto delle Valli del Bitto, il turismo gastronomico, culturale e naturalistico in Valgerola. Ha fatto parte di questa strategia l'assunzione della gestione dell'albergo Valli del Bitto che ha comportato una perdita di 50 mila €. Poi, lo abbiamo visto nei paragrafi precedenti, si è ben visto come il Comune di Gerola (o meglio gli Acquistapace, che guidano il comune da tredici anni) hanno ringraziato la Società. Una Società, costituita da privati (che vengono per lo più dalla Brianza), che hanno investito (rischiando) i loro soldi a Gerola. Gerola è stata promozionata su Striscia la notizia, su Melaverde, sul più seguito canale televisivo tedesco e sulla rete pubblica svedese, in Svizzera e, attraverso Slow Food (che ha prodotto vari filmati e materiali), in tutto il mondo. Di seguito propongo due fotogrammi passati sulla tv tedesca (2DF, il secondo canale pubblico che è quello con più ascolti).




Quello sopra (dal documentario della 2DF) è il Centro del Bitto. Al piano terra si entra nel negozio della Società Valli del Bitto. Al secondo piano ci sono gli uffici del comune, al primo l'Ecomuseo (che dipende dal comune). La Tv tedesca ha regalato a Gerola un grosso spot. Ma ancora di più Davide Rampello, autore di Paesi e Paesaggi, la rubrica di Striscia la notizia "in positivo". Il servizio, realizzato per l'ex bitto storico ha decantato il paese di Gerola. Ebbene, sapete cosa ha detto la sindaca di Gerola quando nel gennaio di quest'anno siamo andati a trattare (per poi partorire la bozza di intesa di cui all' Allegato 3)? Ha detto che tutte queste trasmissioni "non portano nessun vantaggio", che Gerola è conosciuta per gli impianti di Pescegallo (peraltro non aiutati in quanto anch'essi fuori dal controllo di chi amministra il comune), aggiungendo che, non solo il bitto storico (si chiamava ancora così) non porta nulla a Gerola, ma la Società Valli del Bitto "fa concorrenza ai ristoranti del paese".  Va chiarito che la Società offre, insieme alla degustazione dello "storico ribelle", un servizio di cucina limitato a polenta taragna o pizzoccheri. Aperitivi nelle festività e stop. A chi vuole andare al ristorante si forniscono le informazioni del caso. Ai nostri inviti ad apporre all'entrata del paese un cartello tipo "paese del bitto" l'amministrazione ha sempre fatto spallucce. 
Valuti il lettore se è normale che si comporti così un comune che si trova ad avere sul proprio territorio la sede di un prodotto che Slow Food considera il suo presidio di punta, incarnazione dei principi di Slow Food di "buono, pulito e giusto". Il perché di questo comportamento assurdo l'abbiamo spiegato. Vogliono fare le scarpe al presidente-fondatore-garante della Società per fare del Centro del Bitto una vetrina delle illusioni (gestita da qualcuno vicino alle due ultime amministrazioni),  dell'agroalimentare industriale valtellinese. Una succursale della Latteria di Delebio

Quando Patrizio Del Nero (foto sopra) l'ex sindaco di Albaredo (il paese dell'altro ramo della valle del Bitto) ruppe nel 2006 con Slow Food e con la Società Valli del Bitto  venne aperto un nuovo caseificioAlpi del Bitto (la vecchia letteria sociale, appena, ristrutturata restò inutilizzata) gestito dalla Latteria di Delebio (la più grande e industriale della Valtellina che ha tentato di fagocitare tutte le altre). Successe allora un'altra cosa che, purtroppo, si sta ripetendo a Gerola: dopo l'uscita del sindaco i caricatori dei due alpeggi di proprietà del comune di Albaredo non parteciparono più all'Associazione Valli del Bitto (l'associazione dei produttori ribelli, prima di chiamarsi Consorzio salvaguardia bitto storico). E a Gerola cosa succede? In un alpeggio del comune (Pescegallo lago) già da diversi anni si produce bitto dop (quello "legale", ovvero con i mangimi e i fermenti). Ciò, nonostante che il comune, nel capitolato di affitto degli alpeggi, indichi chiaramente che il rilevatario deve produrre secondo i metodi storici (ovvero senza mangimi e fermenti). Quest'anno il caricatore di Pescegallo Foppe, sempre di proprietà del comune, si è staccato dai ribelli. Non è finita: lo storico alpeggio di Trona soliva, quello dei 30 calecc' ancora utilizzati, caricato dalla famiglia Manni, è andato all'asta ed è stato aggiudicato da un imprenditore che, dove caricava in precedenza, usava mangimi e fermenti. Il comune di Gerola come si comporterà? Di fatto su 11 conferenti dello "storico ribelle" a Gerola ne rimangono solo tre, due su alpeggi privati. 
Triste pensare che a Trona soliva, alpeggio caricato per decenni dalla famiglia Manni, custode delle tradizioni degli-alpeggiatori casari di Gerola, si faccia un bitto banalizzato. A Trona soliva, e allo studio del suo sistema di pascolamento, è stata dedicata una tesi di master in archeologia dell'Università di Zurigo dal titolo molto significativo:

L'ultima alpicoltura multifunzionale tradizionale
L'ultima. L'ultima delle Alpi (ma una delle ultime in Europa e nel mondo). Il lavoro, che connette l'etnografia all'archeologia, traccia una comparazione tra le strutture pastorali della valle del Bitto, legate al formaggio grasso d'alpe e al sistema dei calecc', e altre strutture pastorali primordiali nelle alpe e in altri sistemi montuosi europei e del mondo. Qui, in questo angolo  di Orobie le vestigia di antichi sistemi pastorali sono vive e si traducono in un complesso di strutture. I calecc' - di cui sono stati individuate tre distinte tipologie - sono la più caratteristica, ma non l'unica ed è l'insieme che fa preziosa la testimonianza. Ci sono beni patrimonio Unesco di certo meno significativi e una candidatura sarebbe doverosa (finché c'è qualcosa da salvare) anche se, a dirla tutta, la valorizzazione del patrimonio dovrebbe contemplare la mitigazione dell'impatto degli elettrodotti e di certe deturpazioni imposte dalle ottuse norme burocratiche pseudoigieniche (e da tecnici che non sapevano a quale cose preziose mettevano mano). Molto si è perso negli ultimi anni, dopo secoli (e millenni). 
Yolanda Alther, l'autrice della tesi, ha documentato con scrupolo le strutture di Trona ma anche le modalità di gestione pastorale. Viene da commuoversi (ma anche da arrabbiarsi) quando mostra certi utensili in legno usati dai Manni (ma per fortuna non solo da loro) e li confronta con altri arcaici delle Orobie valtellinesi e con reperti neolitici del museo di Zurigo (notando la somiglianza). Da arrabbiarsi perché questo patrimonio dell'umanità è stato (almeno in parte) tenuto vivo grazie al bitto ribelle, quello che, anche il Comune di Gerola - in sintonia con le istituzioni provinciali - cerca in tutti i modi di distruggere. Distruggere, ribadiamo, perché qualora la Società Valli del Bitto, ispirata da principi etici (che in Italia sono merce rara) venisse "normalizzata", come auspica la signora Acquistapace quando fa riferimento al "rinnovamento della casera", non rimarrebbe più nulla dell'esperienza dei ribelli del bitto, se non la solita facciata, il solito presepe nel quale i magliari dell'agroindustria valtellinese sono esperti. A loro interessa controllare, controllare il flusso dei finanziamenti pubblici, gli incarichi, le nomine. Gli impudenti outsider, che si credono dei Davide capaci di sfidare Golia, devono essere neutralizzati. Se neutralizzandoli si sterilizza quel patrimonio di saperi, cultura legato alla storia del bitto tanto meglio. Così si potranno raccontare le storielle che fanno comodo al marketing senza tema di venir smentiti da una storia ormai archiviata e sepolta. Nessuno verrà più a infastidire con queste fanfaluche. Viene da chiedersi se, negli amministratori pubblici, e nell'insieme delle cerchie istituzionali, sia più forte l'arroganza o l'ignoranza. Ma forse è inutile. Alla loro arroganza, e alla loro ignoranza, bisogna resistere. Punto. 

Tradito dai comuni del cuore delle Valli del Bitto lo "storico ribelle" non intende lasciarsi distruggere dalle manovre politico-economiche. Se c'è rimasto ancora qualcosa della tradizione autentica del bitto di un tempo è solo ed esclusivamente per merito della Società Valli del Bitto che combatte la sua ostinata battaglia, Davide contro Golia. Ma va detto che la produzione del bitto era realizzata in passato su un'ampia area della Valbrembana bergamasca, della val Varrone lecchese, delle valli Lesina, Bitto, Tartano (in parte anche nelle valli Madre, Cervia, Ambria, Livrio). 


I Manni vogliamo ricordarli così (foto Ruralpini)

Chi aderisce al metodo storico in tutta quest'area può aspirare a divenire fornitore di "storico ribelle". E considerando che il mondo non finisce a Pedesina (il piccolo comune a valle di Gerola che, tra l'altro, è amico dello "storico ribelle") pareva giusto (e continua ad esserlo) dare un segnale in questo senso, ovvero che il "territorio" dello "storico ribelle" non coincide solo con la Valgerola né, tantomeno, con Gerola alta.  Chi pretende una primogenitura ma non fa nulla per difenderla non la merita. Infatti l'amministrazzione di Gerola alla difesa del vero bitto preferendo il cerchiobottismo, preferisce giocare di conserva con le istituzioni provinciali (da vent'anni nemiche del vero bitto), pur di eliminare i fastidiosi "dissidenti" guidati da Ciapparelli (leggersi la lettera della sindaca, l'Allegato 4) . 


Mosè Manni (foto Yolanda Alther). Con la rinuncia da parte della famiglia Manni a caricare l'alpe Trona soliva, il 2016 è stata l'ultima stagione,  finisce un epoca. La speranza che la catena secolare di  generazioni di "maestri casari" continui con i giovani. Qualcuno c'è. La Società Valli del Bitto stringendo i denti non mollerà la sua missione e li sosterrà. Se ci saranno persone di buona volontà a sostenere la Società l'impresa sarà possibile.

Logico quindi spostare il "centro simbolico" altrove, nella fattispecie a Morbegno, dove - indipendentemente dalla fissazione definitiva della sede sociale - aprirà un punto vendita, e che, in ogni caso  - per restare alla storia -  è al centro dell'area dove gli antichi casari-allevatori di Gerola si sono insediati (sin dalla fine dell'Ottocento). Quando il piano dell'Adda è stato bonificato gli intraprendenti caricatori-casari di Gerola hanno acquistato terreni nel fondovalle espandendo le loro mandrie grazie alla produzione foraggera dei vasti prati (oggi ridotti di molto grazie alla proliferazione degli "scatoloni", i capannoni (molti vuoti o occupati da cinesi).  Pur svernando, e trasferendo nel tempo anche la residenza in fondovalle (da Piantedo a Talamona), hanno continuato a caricare gli alpeggi nelle valli del Bitto. 



A diversi, soci, però, questo spostamento a valle della sede sociale è parso una rinuncia ai propositi di rilancio delle montagna e in contraddizione con l'immagine eroica di produzione "in altura". Tenendo conto che queste argomentazioni esprimono un sentimento sincero, e apprezzando la loro partecipazione appassionata al dibattito, la proposta di trasferimento della sede sociale è stata (temporaneamente) ritirata. Il segnale, però, rivolto ai Gerolesi è chiaro: se sono seriamente convinti che  la presenza dello "storico ribelle" danneggi il paese continuino ad appoggiare l'attuale amministrazione (o chi ne porterà avanti la linea). La Società Valli del Bitto ne trarrà le conseguenze. 

Quanto al rapporto con le associazioni di Gerola vale lo stesso principio. L'amministrazione ci ha chiuso la porta in faccia ma, sulla base delle nostre finalità statutarie, formalizzate con la trasformazione in benefit, la Società Valli del Bitto continuerà a proporre forme di collaborazione relativamente a quelle iniziative culturali che fanno parte della sua attività. Va però anche su questo punto chiarito che non è Gerola il riferimento territoriale esclusivo dello "storico ribelle" che intende il dialogo con il territorio allargato tutte le amministrazioni, pro loco, ecomusei, associazioni culturali dell'area orobica nelle tra provincie di Sondrio, Bergamo e Lecco.

Allegato 1


Nuovo statuto Società Valli del Bitto spa benefit (approvato all'unanimità  dall'assemblea straordinaria del 18 dicembre 2016)

Oggetto

In qualità di società benefit, la società intende:


- operare a vantaggio del territorio attraverso la promozione - nell'ambito delle proprie attività e della propria comunicazione - delle risorse di storia, cultura, tradizioni, biodiversità, turismo e ambiente;
- contribuire alla sostenibilità economica a lungo termine e al benessere del contesto agricolo locale valtellinese e orobico attraverso la comunicazione al pubblico del senso e del valore delle attività agricole di montagna orientate in senso etico ed ecologico nonché attraverso lo stimolo, il sostegno e la propria partecipazione a reti d'impresa  e altre forme di reti e di cooperazione, contribuendo - mediante le proprie attività - alla divulgazione e alla disseminazione di esperienze di innovazione commerciale e di forme sociali innovative di co-produzione;
- operare a favore delle comunità locali attraverso iniziative in grado di sviluppare la coscienza del valore del patrimonio locale, nonché promuovendo la diffusione di valori sociali di coesione, collaborazione tra categorie, spirito di apertura all’innovazione nel rispetto delle identità locali;


- svolgere attività di informazione e di educazione alimentare nonché organizzare presso le sedi da essa gestite o presso spazi pubblici e privati e in occasione di eventi pubblici e privati iniziative culturali, formative e di intrattenimento rivolte ai soci, ai dipendenti, ai clienti, ai fornitori, ai turisti, ai residenti sui temi della cultura rurale e pastorale, dell'alpeggio, delle tradizioni, delle razze autoctone, degli ecosistemi pascolivi ed alpini.


L’azione della società si esplicherà attraverso le seguenti attività:
  • la distribuzione, la produzione, la gestione, l’organizzazione di strutture di vendita e commercializzazione di prodotti alimentari, favorendo i prodotti dell'area valtellinese ed orobica ottenuti mediante metodi artigianali rispettosi dell'ambiente, del pascolo, delle tradizioni produttive locali, del benessere animale, della biodiversità e, con specifico riferimento, al formaggio storico degli alpeggi delle Orobie occidentale  e ai suoi derivati e ai prodotti realizzati presso le proprie aziende dai produttori del suddetto formaggio;
  • la gestione di attività alberghiere e di somministrazione di alimenti e bevande;
  • l’organizzazione di attività di vendita e promozione, anche mediante la partecipazione a reti di impresa e altre forme di aggregazione, delle produzioni alimentari tipiche del territorio in occasione di manifestazioni ed eventi pubblici e privati e anche in forma permanente presso strutture appartenenti al settore della ristorazione e alberghiero, compresi gli agriturismi, rifugi alpini.
(omissis)


Allegato 2


Estratto registro cespiti ammortizzabili Società Valli del Bitto dove sono indicate le spese (Fornitori: Cidieffe costruzioni srl e Geom. Fattarina Diego) per lavori su proprietà di terzi, ovvero del Comune di Gerola che addossò alla Società parte dei costi della realizzazione del Centro del Bitto. Si vede anche l'incidenza degli interessi sul mutuo acceso per coprire queste spese



Allegato 3 - Bozza di proposta di Protocollo d'intesa  finalizzata a promuovere la collaborazione tra la Società Valli del Bitto Trading spa e il Comune di Gerola inoltrata al Comune di Gerola come concordato in sede di riunione congiunta al fine di “sbloccare” la situazione di empasse nei rapporti tra i due soggetti (febbraio 2016)


Tra  la  Società Valli del Bitto Trading spa con sede in Gerola alta, via Nazionale 31, CF rappresentata dal presidente del consiglio di amministrazione in carica Sig. Paolo Ciapparelli che agisce su mandato del cda e il Comune di Gerola alta, ente giuridico con sede in Gerola alta Via Pietro de Mazzi, n.11  rappresentato dal sindaco in carica Sig.ra Rosalba Acquistapace che agisce  …. sulla base della delibera ….. 



Premesso che
  • La Società Valli del Bitto Trading spa (di seguito indicata come "Società") è stata costituita in data …. 2003 ai fini della valorizzazione del formaggio storico prodotto sugli alpeggi delle valli del Bitto quale elemento fondamentale del patrimonio della Valgerola e con finalità di promozione territoriale;
  • il Comune di Gerola, ai fini della presente scrittura, opera secondo le proprie competenze in materia di promozione socioeconomica e di complessiva valorizzazione del territorio e del suo patrimonio;
  • dalla data di costituzione la Società opera in conformità alle proprie finalità operando la commercializzazione del prodotto stagionato presso la casera del "Centro del bitto" conferito dai produttori che si impegnano a rispettare il metodo storico di produzione aderenti al "Consorzio salvaguardia bitto storico";
  • la Società utilizza per  la propria attività un immobile di proprietà del Comune di Gerola alta a fronte di un canone di  affitto;
  • i rapporti della Società con il Comune di Gerola sono regolati, oltre che dal contratto di locazione anche da una convenzione;
Preso atto che  i rapporti di collaborazione tra le parti , a causa di incomprensioni reciproche, non si sono sviluppati in modo coerente con le comuni finalità perseguite-


Si  concorda  di promuovere , nel rispetto delle proprie autonome sfere di attività , una più stretta e positiva collaborazione attraverso un Protocollo di intesa che definisca opportuni impegni reciproci  come di seguito identificati: 

La Società si impegna:
  • a inserire nei programmi proposti ai visitatori del Centro del bitto storico attività didattiche e laboratori da svolgere presso la stalla-didattica oltre a fornire assistenza in campo caseario alla società agricola gerente;
  • a partecipare attivamente alle attività dell'Ecomuseo sul piano progettuale e realizzativo valorizzando la struttura del Centro del bitto quale parte integrante dello stesso;
  • a promuovere nell'ambito delle proprie attività l'immagine di Gerola e le iniziative turistiche e culturali del Comune, dell'Ecomuseo e delle associazioni presenti nel comune anche  attraverso la partecipazione ad eventi in ambito nazionale ed internazionale;
  • a  inserire un rappresentante del Comune nel Cda
  • a intestare a ciascun residente di Gerola alta che ne farà richiesta una azione della Società;
  • a commercializzare per intero, attraverso i propri canali, la produzione casearia della futura stalla-didattica nonché quella d'alpeggio caricato con la  mandria di bovine OB e dal gregge di capre di Valgerola ricoverata nel periodo invernale presso la stalla-didattica stessa;
  • a fornire il proprio contributo di competenze per la realizzazione e la gestione della stalla didattica nelle forme che verranno concordate con il Comune.
L' amministrazione comunale si impegna  
  • a sviluppare il progetto “Stalla didattica” in partenariato con la Società valli del Bitto e con il Consorzio attraverso la stipula di apposite convenzioni affidando la gestione tecnico-amministrativa ad una Società agricola a rl costituita da una compagine di imprenditori agricoli locali;
  • a rivedere i criteri di gestione dell'Ecomuseo nel senso di una più ampia partecipazione dei soggetti economici, culturali,
  • far applicare senza deroghe e in forma integrale, il metodo storico di produzione  del formaggio delle valli del bitto negli alpeggi di proprietà;
  • ad acquisire mediante cessione onerosa  gli impianti  tecnologici della casera a suo tempo oggetto di investimento da parte della Società Valli del Bitto;
  • a contribuire alle spese di gestione del Centro del Bitto in ragione delle finalità di carattere pubblico delle attività in esso intraprese;
  • a promuovere attraverso le proprie iniziative e le proprie attività di comunicazione l'immagine e il valore patrimoniale del formaggio storico delle valli del Bitto
Le parti si impegnano congiuntamente
  • a stabilire forme di consultazione periodica per la verifica degli impegni di cui sopra e dello stato complessivo delle relazioni tra di esse;
  • a sviluppare  anche con il coinvolgimento delle associazioni presenti sul territorio, la programmazione e il coordinamento delle iniziative e gli eventi pubblici a carattere promozionale, didattico, educativo finalizzati alla valorizzazione e tutela del territorio e del suo patrimonio. 


Allegato 4  Risposta del Comune di Gerola (aprile 2016)




COMUNE DI GEROLA ALTA

Provincia di Sondrio


Via Pietro De Mazzi, 11 - 23010 Gerola Alta (So)


Spett. Valle del Bitto Trading S.p.A.

Via Nazionale 2 3 0 1 0 - G e r o l a Alta



È per noi importante precisare come le cause che hanno originato l'attuale distanza tra amministrazione comunale e società Valli del Bitto siano legate ai risultati operativi deludenti e le opportunità di dare visibilità al territorio che si sono perse a causa della quasi totale mancanza di collaborazione tra la Casera e gli altri soggetti impegnati sul territorio (associazioni, operatori, enti). Dunque una divergenza di opinioni netta circa i ruoli ed i metodi della gestione e non "incomprensioni". 



Sottolineiamo inoltre come la tutela del mondo legato al formaggio bitto sia da sempre stata prerogativa dell'amministrazione comunale di Gerola e che gli sforzi sostenuti dalla stessa per agevolare la nascita del consorzio di tutela, del centro del bitto e delle numerose iniziative pratiche (come la sistemazione delle numerose baite sugli alpeggi) volte ad agevolare il lavoro degli alpeggiatori, ne siano espressione e conferma. 



Riconosciamo come l'attuale gestione abbia fornito un contributo importante alla tutela del prodotto, grazie anche al contributo offerto da soggetti importantissimi (come slow food) che ne hanno sposato e promosso la causa a livello globale, conquistando un'attenzione mediatica altrimenti inarrivabile. C o n t e m p o r a n e a m e n te sottolineiamo un distacco sempre maggiore tra la casera ed il territorio di cui fa parte che nel t e m po ha vanificato lo spirito di promozione e valorizzazione che si erano preposti e che quindi non ci consente di poter promuovere nuove iniziative con gli stessi soggetti che hanno portato all'attuale situazione di stallo sia a livello provinciale che locale. 



Data la natura privata della società Valli del Bitto, un'eventuale iniziativa di sostegno da parte dell' amministrazione pubblica deve essere inserita in un contesto più ampio di tutela dei territori e dei prodotti a connotazione provinciale e non a livello comunale o mandamentale. 



Per questa ragione, a fronte di una proposta di rinnovamento della Casera, il comune si impegnerà nuovamente a ricostruire un percorso di dialogo con le istituzioni provinciali che consenta alla Casera di tornare ad essere coinvolta in progetti di sostegno all'agricoltura che da un lato contribuiscano economicamente al mantenimento delle produzioni "storiche" come quella del Bitto e dall'altro tutelino il disciplinare e le caratteristiche dello stesso.
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COMMENTO: perfetto contorto politichese per chiudere la porta in faccia. "Rinnovamento della casera" leggasi: "vogliamo la testa di Ciapparelli e comandare noi". Pensare poi , dopo 22 anni dall'inizio della guerra del bitto, che possa conciliarsi la produzione "storica" con il disciplinare della dop, significa che il sindaco è schierato con le istituzioni, contro la storia del bitto, contro la storia della sua comunità e della valle.