(17.07.17)
La scorsa settimana la carovana
del
"Viaggio sulle Orobie" (terminato ieri) ha fatto tappa al Centro del
bitto storico
ribelle. Uno dei tesori più preziosi delle Orobie. Una mattinata
intensa che ha veramente regalato qualcosa ai presenti.
L'ambientazione era ideale per concretizzare lo spirito del "Viaggio":
un incontro di persone di diversa estrazione unite dall'amore per la
montagna, la cultura, l'arte, il cibo autentico che racconta un
territorio, la sua anima, la sua storia. Ma ora bisogna fare qualcosa
perché questa Dorsale viva in modo continuativo.
La
quinta edizione del "Viaggio sulle Orobie" un trekking
ideato da Emanuele Falchetti, capo servizio della rivista Orobie, ha
avuto per tema "I tesori della DOL". Ma cos'è la Dol? La Dorsale orobica lecchese, in realtà
la Dorsale occidentale orobica
in quanto interessa tre provincie lombarde. Una "spina dorsale" della
storia e della realtà lombarde. Ideata, promossa, rilanciata da
lecchesi era però ovvio che la chiamassero così.
Un
po' di storia della Dol
La Dol nasce negli anni '90. I
padri hanno un nome e un cognome preciso: Angelo Sala (giornalista
prematuramente scomparso) e Giacomo Camozzini, dirigente della comunità
montana Valsassina, Valvarrore, Esino e Riviera. Sono passati più di
vent'anni e va precisato che allora non esistevano le app da scaricare
sugli smart-phone (non esistevano neanche gli smart-phone). Così
vennero realizzati due prodotti: una mappa e un'agile guida di piccolo
formato rilegata con una robusta costa. Questi strumenti per lo
standard dell'epoca erano innovativi ed efficaci. La mappa è ricca di
informazioni e facilmente consultabile. Per la prima volta alpeggi,
caseifici d'alpe, nuclei rurali ed edifici rurali isolati di pregio
erano inseriti nella simbologia turistica. L'ARF di Lecco (ora Ersaf)
provvide, sulla base di un finanziamento europeo (obiettivo 5b per chi
se lo ricorda), a realizzare la segnaletica e la cartellonistica (se ne
occupò Sergio Poli). La Dol era intelligentemente articolata in tre
tematismi.

2) le vie del ferro: da Premana al rif. Grassi (bocchetta del Camisolo) con riferimento alla presenza di antiche e numerose miniere di ferro e dell'attività di prima lavorazione nelle fucine (oggi sopravvive la produzione di articoli quali coltelli, forbici, attrezzi da alpinismo e campanacci a Premana);
3) le vie del latte (dai piani di Bobbio a Morterone) con riferimento all'importanza secolare degli alpeggi e dell'attività casearia dei bergamini transumanti
In vista dell'Expo il sodalizio dei formaggi "Principi delle Orobie" predispose un progetto di valorizzazione turistica della dorsale occidentale orobica. Pur nella focalizzazione su alpeggi e caseifici il progetto, articolato su diversi itinerari che presuppongono anche una percorrenza "integrata" (navette), puntava a mettere in risalto tutti gli aspetti di attrattività della Dorsale. I materiali utilizzati per presentare il progetto sono stati poi pubblicati in parte dalla rivista "Quaderni brembani" (M. Corti, Sulle vie dei formaggi “Principi delle Orobie” Appunti per un progetto di valorizzazione multifunzionale del territorio alle falde del “Tre Signori” in chiave Expo 2015, Quaderni brembani, n. 12, a. 2104, pp.149-164, scarica il PDF)
L'insieme degli itinerari e dei punti di interesse mappati su Google Earth mettono in evidenza come la DOOR (Dorsale occidentale orobica) rappresenti una "porta girevole" che consente di entrare e uscire da/per tre sistemi turistici forti: Bergamo (città d'arte/ mura Unesco/terzo aereoporto d'Italia), Valtellina (Trenino del Bernina Unesco, vigneti eroici, sistema MTB alta valle connesso reti dalla Germania), Lago di Como (soprattutto centro lago con Bellagio, Tremezzo, Varenna mete internazionalmente note). I sistemi degli alpeggi, formaggi miniere storiche, antiche vie, testimonianze della storia, della fede, dell'arte (via Priula, pittori Baschenis, "Linea Cadorna") rappresentano di per sé un importante risorsa turistica nell'ottica di un turismo innovativo che usa i piedi e la bici non solo come strumenti di attività fisica e di "percorsi nella natura" ma come vettori di un turismo culturale ed enogastronomico "slow", di scoperta, di immersione nelle realtà oggetto di interesse, fuori dalla superficialità e dalla compulsività dei ritmi del turismo "convenzionale" che preclude conoscenza, esperienza non preconfezionata e relazioni umane.
Anche la Dorsale interpretata dai Principi rappresenta un sistema articolato. A Nord le vie "del ferro e dello storico formaggio grasso", a Sud le "vie della pietra e dello stracchino" (con riferimento alla produzione di "stracchino di Gorgonzola", "robiole", "quartiroli" ma anche alla "civiltà della pietra" che a Morterone, in val Taleggio, in valle Imagna ha prodotto una pregevole e
originale architettura rurale).
Anche nella versione "casearia" della Dorsale in punto di snodo è rappresentato dalla bocchetta di Camisolo. A differenza della Dol, impostata dalla Comunità montana della Valsassina (che per ovvi motivi si arrestava ai limiti amministrativi dell'ente), la Dorsale dei Principi supera la Costa del Pallio e scende in Valle Imagna (a Fuipiano o a Corna).
Il link sotto rimanda alla mappa della Via n. 1 che
interessa la Dorsale con un anello ad 8 che, a differenza della Dol
(che segue in linea di massima il filo della cresta), si appoggia ai
due versanti con puntate a valle per fare tappa presso paesi,
caseifici, luoghi di interesse storico e artistico-culturale (vedi
l'attraversamento della val Biandino con l'oratorio della Madonna della
neve al monte [alpe] Sasso). Un percorso di non pochi giorni (o da
effettuare a "puntate") che vuole incitare alla scoperta di tanti
aspetti poco Conosciuti della nostra Dorsale.
Cosa ne è stato della Dol?
Come succede a tanti progetti, una volta terminata l'operatività e i finanziamenti anche per la Dol è subentrato l'oblio. La porzione di tracciati dalla bocchetta di Trona verso Sud continua ad essere frequantata. I sentieri del cai sono oggetto di manutenzione e di cura della segnaletica (potrebbe essere più assidua). Il ramo Nord della Dol che dalla val Varrone punta a Colico alle falde del Legnone è stato (specie nei tratti più in quota ed espposti, lasciato all'incuria. Interi tratti sono inagibili o pericolosi (quantomeno all'escursionista senza pratica alpinistica) . La cartellonistica ha subito le ingiurie del tempo e l'esposizione agli agenti atmosferici. Quanto alle "Vie dei Principi" il progetto venne predisposto per tempo e anche pubblicizzato ma gli enti Valtellinesi che stavano spartendosi le risorse dell'Expo adottarono la tattica dell' "adesso è troppo presto/adesso è troppo tardi". Preferirono sprecare non piccole risorse con iniziative effimere a Milano o comunque di comunicazione fine a sé stessa. Una delle difficoltà di far decollare un progetto del genere consistette anche nella logica provincialistica, che affidava alle singole Camere di Commergio la regia delle iniziative Expo. Quanto alle iniziative di livello regionale i fondi vennero tagliati e non si fece quasi nulla. Così è restato tutto sulla carta.
La "nuova" Dol. Segue rigorosamente la linea di cresta proseguando dal Resegone a Valcava e di qui giù sino alla Roncola in valle Imagna. Non è stato considerato il braccio a Nord (da Premana a Colico). Sono stati toccati i rif. Falc. Grassi, Ratti-Cassin, Resegone.
Nuova vita per la Dol
Benvenuta quindi l'iniziativa di Orobie che ha riportato l'attenzione sulla Dorsale. Nella progettazione del "Viaggi sulle Orobie 2017" Emanuele Archetti è stato affiancato da tre personaggi lecchesi: Ruggero Meles, Carlo Limonta, Luca Redaelli. Meles è autore di diverse biografie di alpinisti lecchesi, coautore del volume Alpinistico pionieristico tra Lecco e la Valsassina (con Piero Buzzoni e Giacomo Camozzini), è anche coautore del Movis, biblioteca multimediale della montagna. Carlo Limonta, bergamasco di nascita, da fotografo è diventato documentarista concentrando il suo interesse sulla montagna. Luca Redalelli è autore e attore teatrale che si è cimentato con i classici ma è frtemente impegnato nel "teatro della favola" rivolto ai ragazzi ma non solo. Nella foto sotto Limonta intervista Paolo Ciapparelli (il "guerriero del bitto") nella magica casera dove si stagionano e si conservano le forme di storico ribelle. L'intervista è stata realizzata prima del'arrivo della carovana de "Il viaggio sulle Orobie" e sarà utilizzata per la realizzazione del film sul viaggio. Non solo riprese di paesaggi quindi ma anche approfondimento dei temi che stanno dietro i "tesori della dorsale".
Una volta che i
partecipanti al "Viaggio" si sono "acclimatati" si è dato inizio a un rito
importante: in onore della carovana viene aperta una forma di 10 anni.
In realtà la forma aveva qualche giorno di meno (era stata prodotta il
24 luglio 2007 all'alpe Ancogno soliva da Carlo Duca, un artista dello
storico formaggio). I partecipanti hanno assistito all'evento
osservando un religioso silenzio. Nessuno ha detto: "silenzio", ma tutti
hanno capito, sintonizzandosi tra loro, che i gesti che l'officante
stava compiendo erano veramente qualcosa di importante. Di
fronte a una società, ad una cultura che consuma tutto in fretta
svuotandolo di senso è un atto quasi religioso partecipare al rito
dell'apertura e dell'assaggio di un formaggio che ha "aspettato"
un'eternità (come 100 anni per un vino) a farsi gustare.
Paolo, quasi sorpreso e un filo imbarazzato da tanto silenzio, ha pensato di sdrammatizzare con una battura che, in realtà, stabilendo un paragone ardito ma non fuori luogo ha chiamato in causa vescovi, liturgie e cattedrali (ascoltate l'audio, che è quello originale).
Al termine della cerimonia di apertura con la suspance (premiata) della presenza della "goccia" c'è stato l'assaggio. Le particole sono state distribuite ai presenti.
Il rivestimento in legno dello spazio e le stesse forme vetuste di storico ribelle garantiscono un'ottima acustica. Non solo, ma l'atmosfera risulta particolarmente congegnale ad uno strumento nato sugli alpeggi che produce qui le sue note in presenza delle forme del re dei formaggi d'alpeggio (re non perché fosse migliore di altri ma perché, a prezzo di una lotta strenua ha saputo restare il più possibile sé stesso). Alla fine Martin commenta: "ho suonato in tanti posti ma rare volte mi è capitato di provare un'emozione come qui". Una frase che da sola ricambia tanti sacrifici sostenuti per creare e mantenere questo "santuario" che non è solo del formaggio ma dei valori della montagna.
È il turno di Luca. La favola teatralizzata che recita è
una delle tantissime ispirate al mito dell'Homo selvadego, un mito che qui è
di casa. Lo ascoltano con attenzione i ragazzi del coro di Davide Riva
(qui, finalmente, di fronte con la maglia azzurra). Le vetuste forme di
storico ribelle appese alle travi del soffitto paiono ascoltare
anch'esse la fiaba. Non è, del resto, una storia di magia a favola
(costruita su materiali folklorici della val Poschiavo) quella recitata da
Luca?
Il
Selvadego è uno dei simboli dei ribelli del bitto, dell'antica sapienza
che non accetta le banalizzazioni, i compromessi che snaturano una
bella e antica realtà, come quella del bitto della storia (travisata
dalla distorsiva dop). I ribelli anni fa
erano gratificati con l'epiteto di "trogloditi" (selvatici quindi!) dai
"modernizzatori", da
coloro che sostenevano in modo presuntuoso e arrogante che gli alpeggi
erano destinati a finire e che
per l'intanto si deveva approfittare dei contributi (fin che
c'erano) pompando però le
poche vacche da latte alpeggiate con i mangimi e producendo un falso
bitto con i fermenti
industriali. Va poi ricordato che nella valle del Bitto c'è il museo
dell'Homo selvadego che ha valorizzato l'affresco del
"Selvatico",
datato1464, opera dei "bergamaschi" (ma provenienti da pochi km in linea d'aria) Simone e Battistino Baschenis.

Come se non bastasse il Selvadego ha una
cintura di rami di quercia (i druidi erano gli "uomini della quercia") e
un bastone (nodoso) a tau che simboleggia gli eremiti. Ma chi erano gli
eremiti? Gli uomini della grotta, laddove la grotta è la struttura per
il "passaggio" negli altri mondi, quelli dove gli sciamani viaggiavano
incontrando gli spiriti che interrogavano per potevano rispondere alle
esigenze poste dalla comunità che si rivolgeva loro.
Nella casera dello storico ribelle molto parla del Selvadego, vero nume protettivo invocato dai ribelli del bitto (che ne hanno tanto bisogno avendo tutte le lobby e i poteri forti contro di loto). Non molti giorni fa un giovane grafico, gabriele Pino, dopo aver visitato il Museo dell'Homo selvadego e gli alpeggi ha elaborato la sua visione del Selvadego aggiungendo una nuova favola: quando un bambino destinato/a a divenire casaro dello storico ribelle nasce, il Selvadego gli consegna alcuni regali magici e lo inizia con la formula magica "Avrai spalle di roccia e un cuore caldo come il latte". Così nascono le favole, sulla radice di antichi miti. Questo Selvadego ha anche le corna (emblema di forza, fertilità e sovranità, ma anche antenna capace di captare i segnali di una dimensione spirituale superiore). La modernità, che esalta il basso, l'interesse immediato, la conoscenza per far soldi (e non per elevare lo spirito e accumulare sapienza), ha ribaltato il significato delle corna legandolo a storie di mariti traditi e squallori simili. Un meccanismo trasparente di discredito di ciò che era elevato e sacro. Ma non si dia però la colpa al cristianesimo perché Mosé e San Pietro sono stati raffigurati cornuti.
Dopo
questa divagazione torniamo alla bella mattinata del 13 luglio. Al
santuario dello storico ribelle sono arrivati con la carovana di Orobie
anche altri personaggi. Tra questi non possiamo non citare Mario Curnis,
il decano degli alpinisti bergamasci (che a 80 anni è ancora impegnato
in notevoli scalate e che ha passato una vita tra le Orobie e
l'Himalaya).
Poi
Carlo Mazzoleni cui si devono i più bei ritratti di casari e alpigiani
delle Orobie (basti pensare a quelli di Guglielmo Locatelli scompardo
da poco e vero "monumento" delle Orobie casearie). Ora, grazie alla visibilità offerta dal Viaggio (e dai suoi prodotti) si tratta di lavorare per riannodare i fili dispersi.
Remando sincronizzati (ovviamente nella medesima direzione). Servono una (o più) associazioni con la mission di far vivere la Dorsale raccordando tutti gli attori, promuovendo continue iniziative. Gli spunti non mancano, le intelligenze e le passioni nemmeno. E allora? Cosa aspettiamo?